lunedì 13 luglio 2009

Lo screening riduce la mortalità del cancro al seno di un terzo. Sorte polemiche dopo un recente studio

Un recente studio pubblicato sulle pagine del British Medical Journal, evidenziaerebbe che lo screening mammografico non è giustificato in pieno per tutte le donne, visto che un terzo delle diagnosi, secondo lo studio danese, riguarderebbe forme tumorali potenzialmente innocue, inducendo tuttavia le donne colpite a sottoporsi a terapie di cui potrebbero fare a meno. Tuttavia il mondo scientifico difende strenuamente lo screening. "Guai se non ci fossero", afferma Francesco Cognetti, responsabile dell'Oncologia medica A dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena Irccs di Roma, commentando .E' giusto sottolineare è che i programmi di screening, di fatto, hanno diminuito del 30% la mortalità per cancro al seno", uno dei big killer del gentil sesso. "Per questo - aggiunge l'oncologo - bisogna continuare a investire" nella diagnosi precoce e, anche se il dato dello studio danese corrispondesse a realtà, "occorre ricordare - fa notare - che nei due terzi dei casi restanti i test salvano la vita". In futuro, grazie ai progressi della ricerca, si potranno poi evitare quelle cure a cui le donne potrebbero non sottoporsi, perché colpite da una forma tumorale che difficilmente potrebbe svilupparsi minacciandone la vita. "Grazie ai progressi della biologia molecolare - sottolinea - oggi già diffusamente usata nella fase di prognosi e scelta delle cure. Ma ci vorrà ancora qualche anno prima che questa possa guidare la prevenzione secondaria", schivando così cicli di chemio e interventi evitabili.
Lo studio ha gettato qualche ombra sullo screening, ma rimane tuttora l'arma vincente per combattere il cancro del seno.

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Pietro Spagnoli

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