L' Italia è il maggior consumatore europeo di sigarette, con 92,8 milioni di chili (erano 103 milioni nel 2003), rispetto a 91,5 della Germania, 89 della Spagna, 54,9 della Francia e 47 del Regno Unito. Anche se il numero di fumatori è sceso, passando dal 31% del 1997 al 29% del 2002 (prima della legge Sirchia) e all' attuale 23% della popolazione attiva.
Silvio Garattini, presidente dell' istituto Mario Negri, ha calcolato che il numero di persone che in Italia muore ogni anno per causa del tabacco è di circa 80 mila. Nonostante questo, e a dispetto della crisi economica e di tutta una serie di ostacoli che si sono progressivamente accumulati sulla strada del business del tabacco, dalla legge Sirchia all' aumento del prezzo dei pacchetti di sigarette, il giro d' affari dei grandi produttori continua a crescere, anche se leggermente, ma con utili significativi. Secondo i dati del Tobacco observatory, nel 2007 il settore in Italia ha generato ricavi per 17,4 miliardi di euro: 12,9 sono andati all' Erario (il 74,1%), 1,74 ai dettaglianti, 2,8 a produttori e distributori. L' incremento rispetto all' anno precedente è stato del 3%, risultato di una riduzione dei consumi in quantità dell' 1% e di un aumento medio dei prezzi del 4% (le imposte non sono cambiate). Per il 2009 una ulteriore spinta all' insù grazie all' inevitabile aumento delle imposte: quelle italiane sono ancora tra le più basse del Vecchio Continente. Nel medio termine si parla di un salto delle aliquote del 18%. Per iniziativa del commissario Ue incaricato delle problematiche fiscali, Laszlo Kovacs, la Commissione ha deciso, infatti, che entro il 2014 gli Stati membri dovranno aumentare la soglia minima delle accise sulle sigarette, portandola dal 57% (63 euro per mille sigarette) al 63% (90 euro per mille sigarette).
"Certo, negli anni a cavallo tra il 2003 e il 2005 il consumo di tabacco è sceso, soprattutto per effetto delle norme antifumo", conferma Denis Pantini, analista di Nomisma, "ma successivamente i ricavi dei produttori sono aumentati di nuovo, per due motivazioni principali: la crescita di prezzo delle sigarette e la riduzione del contrabbando", con uno spostamento dei ricavi dalle centrali delle multinazionali o da altre branch nazionali alla filiale italiana. Come conferma Gianluca Nardone, analista che segue il settore per Gfk Eurisko, "esiste uno zoccolo duro di fumatori, totalmente incuranti dei rischi per la salute". Fatturati a confronto In Italia il mercato è dominato da tre grandi produttori con il 95,5% del mercato: (Philip Morris 53%, Bat 25% e Japan tobacco 17,5%): il restante 4,5% è ripartito tra la Manifattura italiana tabacco (articolo in alto) con l' 1% e altri piccoli soggetti.
Il fatturato della filiale italiana della Philip Morris (proprietaria anche dei marchi Marlboro, Chesterfield e Merit), guidata da Marco Terribilini, è passato da 1,32 miliardi del 2005 a 1,36 miliardi del 2006 e a 1,45 miliardi nel 2007. L' utile netto, che nel 2005 era di 48 milioni, nel 2006 è sceso a 37 milioni ma nel 2007 è risalito a 53 milioni.
Rimane da dire che i costi sociali, e quelli per la salute superano di lunga gli introiti statali.
La domanda che mi pongo quotidianamente è la seguente: ammettendo che ogni giorno nel mondo muoiono tantissimi fumatori, che i costi oer curarli sono immensi , perchè questi produttori di morte continuano imperterriti a produrre sigarette? Sarebbe facile rispondere che se la gente continua a fumare.... La risposta che sento spesso dai fumatori è che quelli le producono. Ma qualcuno obbliga i fumatori a fumare???

2 commenti:
beh, dai, io ho abbassato la media!
;-)
fosse facile smettere...
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