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lunedì 31 marzo 2008

Televisione e bambini: una babysitter elettronica?


Sempre piu’ spesso bambini piccoli vengono esposti ore ed ore alla televisione, anche in tenera età, soprattutto nei paesi occidentali, gli USA su tutti. Il fenomeno è iniziato negli anni ’50. Con l’introduzione dei primi programmi per bambini la televisione è diventato il principale passatempo infantile, perlomeno nel mondo occidentale. Un bambino americano medio guarda la televisione per 5 ore di media ogni giorno, eccedendo abbondantemente il tempo dedicato all’attività fisica.
Si comincia quindi a parlare di di baby sitter elettronica, un fenomeno in crescita, che nel paese tecnologico per eccellenza, gli Stati Uniti, vede come fruitori in aumento perfino bambini di pochi mesi. Le ragioni dei genitori che iniziano i propri figli in tenera età al tubo catodico e le caratteristiche di questa visione sono state analizzate, con un regolare studio scientifico, da ricercatori dell’Università di Washington. Dal quale emerge però un quadro delle motivazioni e una realtà più sfumata di quanto si pensi.
Precedenti ricerche erano state piuttosto inquietanti, indicando per esempio che dal 64 al 100% dei bambini sotto i due anni guardano la Tv (ma senza specificare che cosa e con quale regolarità), o che ciò che si assorbe dallo schermo a quest’età potrebbe avere influenza sul successivo sviluppo lessicale. E si può pensare che con maggiore probabilità l’esposizione ai media abbia effetti negativi in età così tenera rispetto a quelle successive. Nello studio, i ricercatori hanno contattato telefonicamente un migliaio di famiglie con bambini tra i due mesi e i due anni, con domande dettagliate relative a quante ore al giorno i piccoli guardassero la Tv o DVD/video e di che tipo, perché li si lasciasse davanti allo schermo, con quale frequenza la visione avvenisse insieme tra genitori e figli. E’ risultato che a tre mesi d’età circa il 40% dei bambini trascorreva regolarmente del tempo davanti alla televisione o DVD/video, a due anni la quota saliva al 90%; in media l’iniziazione catodica avveniva a nove mesi. Le ore medie di visione variavano da una per i minori di un anno a oltre una e mezza all’età di due anni; i genitori guardavano in maggioranza insieme ai figli per almeno metà del tempo, solo un terzo sempre. Quanto alle motivazioni per cui si lasciavano i bambini davanti allo schermo, a sorpresa la principale non è stata quella di avere tempo a disposizione per cose da fare (21%), ma piuttosto il ritenere che questo fosse utile a fini educativi o per lo sviluppo cognitivo (29%), e poi che fosse per loro piacevole e rilassante (23%), o un modo per stare insieme con i fratelli (9%) o altro ancora.
I dati sono preoccupanti, e sono in contrasto con le raccomandazioni dei pediatri americani sul tempo da dedicare ai minori di due anni.
Un editoriale pubblicato su Lancet ha ipotizzato che il destino dei piccoli teledipendenti è quello di diventare obesi, fumatori e con il colesterolo alto. Non tranquillizzano nemmeno i dati italiani, visto che secondo l’Osservatorio sui Diritti dei Minori il 71% dei bambini, fra i 6 e i 10 anni, ha dichiarato di rimanere davanti al piccolo schermo orientativamente 6 ore al giorno.
Compito dei genitori è quindi quello di educare i bambini ad una adeguata attività fisica , una dieta idonea e dei giochi costruttivi.


Prokofiev

Qualche aneddoto della mia attività quotidiana, per sdrammatizzare un po' 16°


Paziente con diarrea persistente : "Ha mai fatto la colonscopia?" " E che robb'è?"

Tema Pasquale: "Che intervento ha fatto al cuore? " " Mi hanno sventrato come n'abbacchio"

" Dotto', che mi fa fare una flebo di costituzione?" ( ricostituente)

“Ha avuto mai malattie veneree ?” . Guardandosi le gambe : “No , pero’ mia suocera ci soffre

Mi si sono rotti i capelluti

Vorrei un appuntamento per la gastrite ” ( gastroscopia)

Una volta una vecchietta, per tutti i giorni del ricovero ( almeno 10) , ogni volta che passando in visita le chiedevo "come va oggi?" mi rispondeva sempre la stessa , identica cosa ... "Dotto'...non vaglio de corpo.." . E pensare che una volta davano purghe per ogni cosa, pensavo....

Spero di avervi strappato qualche sorriso come sempre.


Prokofiev




domenica 30 marzo 2008

Il ramipril ancora il farmaco piu' prescritto in Italia nel 2007: perchè tanto successo?


Il ramipril è stato il farmaco piu’ prescritto nel 2007 in Italia , seguito dall’acido acetilsalicilico ( la vecchia ma sempre attuale aspirina).
Il ramipril è un farmaco Ace-inibitore, che agisce inibendo la conversione dell’angiotensina I ad angiotensina II.
Senza entrare nella complessa fisiologia del sistema renina-angiotensina-aldosterone, ricordo rapidamente che questa molecola viene oggi usata per diversi scopi. Il piu’ importante è sicuramente l’effetto sull’ipertensione arteriosa, essendo nato come farmaco antiipertensivo. Dopo i grandissimi Trials sulle malattie cardiovascolari e sul diabete ( vedi studio HOPE) , e dopo gli altrettanto importanti studi sull’insufficienza renale ( vedi studio REIN) , si è dimostrato un importante effetto protettivo del farmaco sul cuore, sulle arterie e sui reni, con una riduzione significativa della mortalità per malattie cardiovascolari ed il rallentamento della progressione della malattia renale.

In particolare, il farmaco riduce la proteinuria, la perdita di albumina dai reni, importante fattore di progressione della nefropatia , per effetto diretto, e per riduzione della pressione arteriosa. Dopo l'iniziale diffidenza dei nefrologi, dopo lo studio Rein, coordinato dal prof. Remuzzi di Bergamo, il ramipril è diventato il punto di riferimento della terapia dell'insufficienza renale cronica.
Questo spiega il successo di questo farmaco , ed in termini di farmacoeconomia, la spesa viene ampiamente bilanciata dal beneficio ottenuto , visto che ha ridotto le ospedalizzazioni per scompenso cardiaco ed infarto del miocardio.

I farmaci del sistema cardiovascolare continuano quindi a rappresentare la categoria farmaceutica più prescritta, rappresentando il 37% della spesa ed il 49% delle dosi.

Prokofiev

Pasticche colorate= maggior efficacia? Molti lo pensano ancora


Una compressa colorata e squadrata è più efficace di una bianca e rotonda. I colori sono stati studiati a fondo: il rosso è associato alla potenza, il verde e l’azzurro alla calma. Le capsule che contengono granuli colorati sono superiori a qualsiasi compressa. Come tutti sanno, quando i medici fanno sul serio prescrivono iniezioni. Una siringa di soluzione fisiologica è meglio di qualsiasi pillola. Quando i medici fanno molto sul serio, prescrivono iniezioni endovenose, e un’endovenosa di soluzione fisiologica batte un’intramuscolare. Un celebre docente di medicina diceva ai suoi studenti di dare ai pazienti una compressa tenendola con le pinze e di spiegare che era troppo potente per essere presa con le dita”.
Da: P. Wall. Perché proviamo dolore. Torino: Einaudi, 1999.

Già nei secoli passati, sia in Europa che in Oriente, era diffusa convinzione tra i medici e i guaritori che l’efficacia di un medicinale fosse in qualche modo correlata anche con il suo colore. Il colore poteva evocare una inconscia sensazione ‘positiva’ (ad esempio, il verde, simbolo di aria libera, di ambiente pulito) o poteva richiamare l’organo che si voleva curare (ad esempio, la chelidonia gialla, adatta alle malattie epatobiliari, la polmonaria rosea, indicata per le malattie broncopolmonari). D’altronde il paziente spesso ricorda il farmaco che prende più per le sue caratteristiche fisiche (il colore e la dimensione in particolare), che per il nome o la composizione. Non fa dunque meraviglia se anche il colore può essere un co-fattore dell’efficacia complessiva del placebo. I dati al riguardo sono pero’ piuttosto frammentari, più aneddotici che non frutto di studi controllati e riguardanti specialmente condizioni senza substrato organico (in particolare neuropsichiatriche).
Si riporta ad esempio che alcuni soggetti non riescono a dormire se non assumono un farmaco giallo, sia esso un vero agente addormentante o un placebo. Un placebo o persino un ipnotico di colore diverso dal giallo risultano inefficaci . I lassativi-placebo sembrano funzionare meglio se sono di colore marrone (per analogia cromatica?) e di sapore salato (ricordano il “sale inglese”?). Gli ipnotici-placebo amari risultano più efficaci di quelli insapori . In uno studio l’efficacia di capsule bianche e gialle contenenti placebo appare superiore a quella di analoghe grigio-rossastre, mentre in un’altra indagine, studenti invitati ad affrontare un problema aritmetico lo risolvono più prontamente dopo l’assunzione di capsule di lattosio gialle e verdi che non dopo quella di analoghe capsule bianche e rosse . Ancora, in un’altra indagine pure condotta in studenti sani, le compresse rosse di placebo vengono ‘vissute’ come stimolanti, mentre quelle blu risultano depressogene. L’effetto del placebo, paradossalmente aumenta se si aumenta la dose da una a due compresse.
Quanto a tipo di preparazione, le capsule di placebo risultano in generale più efficaci delle pillole, le iniezioni più delle capsule, e le ‘punture’ di placebo che risultano più dolorose danno più sollievo delle iniezioni indolori. È infatti esperienza comune dei medici e dei paramedici ospedalieri che le iniezioni intramuscolari di acqua distillata (più dolorose) siano un placebo più efficace di quelle di soluzione fisiologica praticamente indolori salvo che per la puntura dell’ago. Anche io ho usato a volte iniezioni colorate come placebo, a volte con risultati sorprendenti .
L’efficacia placebica delle fleboclisi, le miracolistiche ‘flebo’, indipendentemente dal contenuto (anche solo soluzione fisiologica o glucosata) e dalla patologia, è un altro fenomeno facilmente riscontrabile in qualsiasi reparto. D’altronde, quando esce dall’ospedale, non di rado il paziente racconta che è stato curato non con una determinata medicina ma con le ‘flebo’. “Hanno dovuto ricoverarlo per farlo star meglio” è una frase piuttosto comune nelle confidenze tra pazienti in attesa di visita nelle sale d’aspetto. E del resto qualsiasi cura, placebica o non, almeno all’inizio risulta più efficace in ospedale che a casa.
Anche la dimensione stessa del preparato placebico sembra influenzare l’effetto placebo: le compresse particolarmente grandi o particolarmente piccole di placebo risultano più attive perché il soggetto nel primo caso associa l’efficacia alla grandezza e nel secondo alla potenza.

Prokofiev

sabato 29 marzo 2008

Favismo e farmaci: quali vanno evitati?


Il favismo è un difetto congenito di un enzima normalmente presente nei globuli rossi, la glucosio-6-fosfato-deidrogenasi, essenziale per la vitalità degli eritrociti e in particolare per i processi ossidoriduttivi che in essi si svolgono. La carenza di questo enzima provoca un'improvvisa distruzione dei globuli rossi (emolisi) e quindi la comparsa di anemia emolitica con ittero, quando il soggetto che ne è carente, ingerisce fave, piselli, Verbena Hybrida varie droghe vegetali o alcuni farmaci , che agiscono da "fattori scatenanti", inibendo cioè l'attività della glucosio-6-fosfato-deidrogenasi eritrocitaria, impoverendo ulteriormente i globuli rossi che sono già carenti dell'enzima.
Il difetto enzimatico si trasmette ereditariamente con il cromosoma X del sesso: i maschi ne sono colpiti in forma grave mentre le femmine, che sono portatrici del gene anomalo e possono trasmetterlo ai propri figli, si ammalano di forme più lievi. È diffuso soprattutto in Africa (nei bantu raggiunge una frequenza del 20% circa) ma si riscontra spesso anche nelle popolazioni dell'Asia meridionale e del bacino mediterraneo, dove in alcune zone (Grecia, Sardegna) raggiunge una frequenza variabile dal 4 al 30%.
La malattia si manifesta in modo improvviso, 12-48 ore dopo l'assunzione di fave fresche (o degli altri alimenti o medicinali summenzionati): il bambino diventa di colorito giallo intenso su fondo pallido. Nei casi gravi, circa la metà dei globuli rossi viene distrutta; la cute e le mucose diventano allora intensamente pallide, oltre che itteriche, le urine ipercolorate, e compaiono i segni di un collasso cardiocircolatorio.
Il deficit di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi può esser accertato mediante la determinazione dell'enzima nei globuli rossi. Questo esame è indispensabile per la diagnosi ed è utile anche per identificare i portatori del difetto, che possiedono valori intermedi fra quelli dei soggetti normali e quelli dei soggetti carenti (in questi ultimi il livello di glucosio-6-fosfato-deidrogenasi è di pochissime unità) Possibili portatori del gene anomalo sono le madri e le sorelle del bambino affetto da favismo

Ecco i farmaci con rischio stabilito di causare emolisi nella maggior parte dei soggetti con deficit di G6PD.

Dapsone ed altri sulfoni (i dosaggi più alti usati per la dermatite erpetiforme sono più a rischio di causare disturbi).
Cloruro di metiltionina (blu di metilene).
Niridazolo.
Nitrofurantoina.
Pamachina.
Primachina (si è visto che 30 mg la settimana per 8 settimane sono privi di effetti dannosi in popolazioni dell’Africa e dell’Asia).
Chinolonici (come ciprofloxacina, acido nalidixico, norfloxacina ofloxacina).
Sulfonamidi (come cotrimossazolo; alcune sulfonamidi, come la sulfadiazina, sono state provate mediante test e si è visto che non causano emolisi in molti soggetti con deficit di G6PD).

Ecco i farmaci con rischio probabile di causare emolisi in alcuni soggetti con deficit di G6PD.

Aspirina (accettabile al dosaggio di 1 g al giorno nella maggior parte dei soggetti con deficit di G6PD).
Clorochina (accettabile nella crisi acuta di malaria).
Menadione, derivati idrosolubili (per esempio menadione fosfato sodico).
Probenecid.
Chinidina (accettabile nella crisi acuta di malaria)
Chinina (accettabile nella crisi acuta di malaria)

Prokofiev

Aerofobia: voi ne soffrite?


L’AEROFOBIA, o paura di volare (fear of flying), è molto diffusa sia tra chi è costretto a viaggiare spesso in aereo, sia tra chi non ha mai volato e può manifestarsi con diversi livelli di intensità, dal lieve disagio sperimentato prima o durante il volo all’ansia acuta che impedisce di affrontarlo o lo rende un’esperienza terribile per l’individuo . Recenti sondaggi indicano che negli ultimi anni in Italia la percentuale dei “volatori”, intesi come persone che hanno utilizzato il mezzo aereo almeno una volta, è cresciuta dal 29 al 37 per cento, con una prevalenza degli uomini rispetto alle donne. Di queste persone che hanno volato almeno una volta, quasi il 40 per cento ammette di avere paura, e il 10 per cento dichiara che non volerà mai più.
Solo in una minima percentuale dei casi si presenta come fobia specifica direttamente annessa alla paura di cadere. Più spesso la fobia di volare è secondaria al panico e all’agorafobia ed è caratterizzata dalla paura di non sapere come gestire un attacco d’ansia o di panico, di sentirsi male e di aver bisogno di cure, di perdere il controllo delle proprie emozioni e dell’imbarazzo per la brutta figura davanti a sconosciuti.
I contenuti specifici della paura di volare variano molto da soggetto a soggetto, ma ci sono delle situazioni che si possono ritenere comunemente più temute di altre. Tra queste troviamo i momenti del decollo, dell’atterraggio, e la presenza di turbolenze o di cattive condizioni atmosferiche; queste vengono vissute come fasi molto pericolose del volo, in cui si pensa che sia più probabile il verificarsi di un qualunque incidente e i rumori, gli scossoni vengono avvertiti molto intensamente . Quando viaggia in aereo, inoltre, l’individuo sembra avere il senso, più che con qualsiasi altro mezzo di trasporto, di un’esperienza di "separazione", dato che vi è un distacco estremamente rapido e repentino dalla propria realtà e dai propri cari; ci si lascia velocemente alle spalle un mondo rassicurante per proiettarsi verso un futuro sconosciuto e minaccioso, quale è quello dell’immaginario fobico. Quando affronta un viaggio in aereo il soggetto deve quindi anche fare i conti con la sua capacità di vivere l’esperienza della separazione e con l’ansia ad essa collegata. E’ per questo motivo che il momento dell’atterraggio, del ritorno al contatto con la terra, con la realtà conosciuta, seppure vissuto come pericoloso, suscita generalmente meno ansie di quello del decollo che rappresenterebbe il distacco da ciò che ci dà sicurezza e l’inizio del viaggio verso l’incerto.
Sia che si tratti di un disturbo primario sia secondario i sintomi sono quelli tipici dell’ansia: tensione muscolare, irrequietezza, palpitazioni e tachicardie, iperventilazione, senso di svenimento, alternanza di vampate di calore e brividi, sensazioni di soffocamento, nausee, vomito, sudorazione, irascibilità, pianto facile, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi). I sintomi si presentano in maniera più intensa prima dell’imbarco ed in alcune fasi particolari del volo vissute come “più problematiche” quali il decollo, l’atterraggio o in caso di turbolenze, temporali o forte vento. L’ansia può manifestarsi con diversi livelli di intensità, dal lieve disagio, sperimentato prima o durante il volo, all’ansia acuta, che impedisce di affrontarlo o lo rende un’esperienza terribile per l’individuo.
Un metodo molto diffuso per superare l’ansia è l’assunzione di farmaci tranquillanti, in particolare le benzodiazepine. In alcuni casi tali farmaci sono prescritti e controllati dal medico curante, più spesso il soggetto li autogestisce in prima persona, aggiustando i dosaggi e i tempi di somministrazione a seconda delle circostanze e dell’intensità dell’agitazione. È anche molto frequente l’associazione tra farmaci e alcool, assolutamente da evitare in quanto moltiplica in maniera esponenziale i rischi di effetti collaterali dannosi di entrambe le sostanze, potenziati, ancora una volta, dall’effetto altitudine. I rischi più frequenti a cui si va incontro ricorrendo a questo cocktail riguardano il sistema nervoso centrale (sedazione eccessiva fino allo stupore e al coma) e il sistema cardiocircolatorio (grave ipotensione fino al collasso cardiocircolatorio).
Nel caso specifico dell’aerofobia la strategia terapeutica va studiata insieme ad un medico specialista per valutare gli obiettivi terapeutici da raggiungere: il grado di distensione, l’influenza sul sonno, i possibili effetti collaterali. Obiettivo importante è impedire il formarsi e lo strutturarsi dell’ansia anticipatoria (ossia quell’ansia che si prova alcuni giorni, o settimane, prima di affrontare l’esperienza del volo), cercando, per esempio, di favorire una migliore qualità del sonno nei giorni precedenti al viaggio.
Il farmaco andrà preso, al dosaggio prescritto dal medico, circa trenta minuti prima dell’imbarco e il paziente dovrà avere chiare istruzioni sulla possibilità, in base alle diverse varianti del piano di volo (durata, condizioni meteorologiche, tempi di attesa) di poter assumere nuovamente altri dosaggi del farmaco. Conoscere la reattività individuale al farmaco permette di evitare che durante il volo si verifichino sgradevoli effetti collaterali o paradossi, per esempio un aumento dello stato di allarme che complica la gestione dell’ansia anziché aiutare il soggetto nel sedarla, o anche che l’effetto sedativo si manifesti non durante il volo ma successivamente, una volta sbarcati e quando non vi è più la necessità.

Prokofiev

venerdì 28 marzo 2008

Rave party: nuovo fenomeno di costume o sintomo di forte disagio giovanile? Dite la vostra


Giovani che fanno uso di stupefacenti in età sempre minore, disagio all'interno della scuola, atti di vandalismo e bullismo in crescita, problematiche famliari, sregolatezza sessuale e affettiva. Senza contare le notizie circa problemi riguardanti la giustizia (fenomeno delle sette sataniche, casi di omicidio, stupri, ecc.).
Tutte queste notizie contribuiscono a darci del mondo della gioventù una immagine spesso drammatica, negativa e totalmente pessimistica.
Un fenomeno che sta emergendo negli ultimi anni è quello dei rave party. Il rave è innanzitutto un raduno collettivo, sotto il segno della musica e della danza. Un raduno nel quale si balla al suono di musica autoprodotta. Un raduno “illegale”, cioè volutamente non autorizzato - e non autorizzabile - da nessuna autorità. Tecno, house, acid jazz, trance, tribal, jungle, sono alcune delle forme musicali che si ballano nei rave, tutte prodotte elettronicamente e mixate dai DJ. Ecstasy, Lsd, anfetamine e ketamina, sono le droghe di scelta per ballare senza sosta durante i ritrovi .
I "ravers" spesso sono ragazzi normali, che sentono però il bisogno di evadare in una situazione di sovrassaturazione sensoriale, che permetterebbe loro di portare la mente oltre i limiti della normalità e della quotidianità. Una full immertion di suono, movimento e luci, esaltata dal consumo di droghe che esasperano il livello di coscienza, o esaltano la sensualità.
In Italia sono stati condotti vari studi per affrontare le problematiche connesse a questo fenomeno.
Una ricerca condotta a Bologna ha valutato, tramite un questionario , somministrato all´inizio del rave da intervistatori precedentemente formati, diverse aree tematiche : dati socio-anagrafici, socialità, soddisfazione, comportamenti a rischio, uso di sostanze e alcol, test CAGE (problematicità dell´uso di alcol), disagio (incidenti stradali, problemi sanitari, problemi economici, problemi con la giustizia, problemi psicologici). I risultati hanno evidenziato che le caratteristiche socio-economiche, il livello di scolarità e i luoghi abituali di frequentazione degli intervistati sono molto simili a quelli della popolazione giovanile nel suo complesso.
Per quanto concerne il consumo di sostanze si evidenziano tre tipologie distinte: consumatori di soli cannabinoidi (il 75% li assume da più di cinque anni); consumatori di sostanze pesanti (eroina - crack - psicofarmaci; crack - cocaina - ecstasy; cocaina- crack -speed -oppio); i poliassuntori, soggetti che hanno utilizzato più stupefacenti nella stessa serata, in particolare cocaina- ecstasy -funghi allucinogeni; cocaina - alcolici.
Per quanto concerne, in particolare, cocaina e alcol, i dati confermano l´aumento del consumo e la modificazione in atto degli stili del bere giovanile, orientati in modo deciso verso lo "sballo" (il 23% ha risposto positivamente ad almeno due items del test CAGE, il 33% ha guidato dopo aver consumato alcol, il 23,9% ha usato cocaina nell´ultimo mese). L´età di primo uso delle sostanze è in diminuzione (15.8) e aumenta con la pericolosità delle sostanze.
Un altro dato importante riguarda l´alta percentuale di ragazze che usano sostanze (il 70.8% le ha usate nell´ultimo mese) e la maggiore probabilità delle femmine di incontrare problemi di tipo psicologico (ansia, panico, disturbi di memoria, disturbi fisici/psicosomatici).


Difficile spiegare il fenomeno. Diversi sociologi e psichiatri hanno affrontato il tema, senza mai trovare accordo unanime. Dal punta di vista sociologico occupazione e autogestione descrivono il luogo dove tali realtà si esprimono e secondo quali criteri di organizzazione dello spazio e di rapporto con le regole istituzionali. Infine nomadismo e tribalismo descrivono le modalità di legame con il territorio (deterritorializzazione) e il divenire delle relazioni e dei progetti che, tra i soggetti coinvolti e nei luoghi individuati, si sviluppano.
Atteggiamenti collettivi alla base del fenomeno dei raves illegali sono il desiderio di socialità, la condivisione di spazi ed esperienze in forma spontanea, prevalentemente, anche se non esclusivamente, diffuso all’interno della popolazione giovanile.
Sicuramente la perdita dei punti di riferimento istituzionali (la famiglia, il partito, la scuola, la professione, lo status) e la conseguente disgregazione sociale portano i singoli individui a ricercare il perduto senso di identità nel senso di appartenenza a un gruppo, a una tribù.
Un’aggregazione tra le persone più simile ad una comunità piuttosto che ad una società. Si può forse parlare di una socialità naturale dove la comunicazione, verbale e non verbale, costituisce un lungo filamento che lega gli individui tra loro. Uno dei peggiori difetti della società in cui viviamo è la tendenza all’omogeneità. Nei rave si è tutti uguali nelle proprie molteplici differenze.
Questa manifestazione crea uno spazio/tempo separato dalla realtà quotidiana nel seno del quale le relazioni sociali si trovano trasformate. Nel rave ciascuno si ritrova su un piede di uguaglianza quale che sia la sua apparenza: gli sguardi non giudicano, tutti i principi gerarchici sono cancellati. Lo spazio di libertà istituito nel rave deborda largamente dai limiti imposti dalla pressione sociale quotidiana. Questo fa si’ che i frequentatori dei rave siano persone di ogni eta’ e ceto sociale, anche se va fatto notare che negli ultimi anni l’eta’ media si e’ molto abbassata, e questo implica anche un minor livello di consapevolezza.
Occorre forse dare dei punti fermi ai giovani, ed in questo la famiglia e la scuola dovrebbero avere un ruolo preponderante.


Prokofiev




Decongestionanti nasali: nei bambini i rischi superano i benefici



I decongestionanti nasali sono rappresentati da una vasta gamma di principi attivi disponibili singolarmente o in associazione, sia sotto forma di preparazioni per uso topico sia sistemico.
Questi farmaci hanno varie indicazioni registrate (per es. rinite, faringite acuta e catarrale, otite catarrale, processi infiammatori nasali e paranasali, rinite allergica, sinusite acuta, ecc.) ma sono prescritti, o più spesso autosomministrati, per alleviare i sintomi del raffreddore tra cui l’ostruzione nasale, in particolare nella fase che si esprime con fenomeni di congestione della mucosa e di secrezione a forte componente cellulare.
I decongestionanti nasali, soprattutto se usati per periodi superiori a 5 giorni, possono indurre reazioni avverse a livello locale. In particolare si può manifestare irritazione locale transitoria .
Le reazioni avverse più significative sono a carico dell’apparato cardiovascolare (ipertensione arteriosa, tachicardia, pallore, sudorazione, bradicardia, ipotensione arteriosa) e del SNC (cefalea, depressione neurologica con sintomi che vanno dalla sonnolenza fino al coma e depressione respiratoria). I bambini e i lattanti sono più sensibili agli effetti sistemici rispetto agli adulti.
In Italia, le specialità medicinali contenenti decongestionanti nasali simpaticomimetici, in commercio ad oggi, sono quasi tutte classificate in fascia C bis, senza obbligo di ricetta, ovvero come farmaci non soggetti a prescrizione medica, detti anche medicinali OTC o SOP, a seconda che siano autorizzati alla pubblicità presso il pubblico o meno.
Una review di trial clinici (dal 1950 al 1991) sui farmaci OTC, pubblicata su JAMA, conclude che
nessuna evidenza ha dimostrato la loro efficacia nel trattamento del raffreddore nei bambini in età prescolare. Inoltre una revisione sistematica dal database Cochrane, aggiornata al 2006, effettuata con lo scopo di valutare, negli adulti e nei bambini affetti da raffreddore, l’efficacia e la sicurezza dei decongestionanti nasali, ha evidenziato la mancanza di validi studi di efficacia nella popolazione pediatrica.
Le segnalazioni di reazioni avverse da decongestionanti nasali simpaticomimetici ad uso topico in pediatria sono poche; considerando però il fenomeno dell’under-reporting, la scarsa numerosità non costituisce una garanzia di sicurezza. A fronte del largo impiego di questi farmaci, quasi tutti da automedicazione, e della mancanza di chiari dati che ne attestino l’efficacia terapeutica nei bambini, il profilo di sicurezza è compromesso dalle evidenze di rischio di reazioni gravi quando usati impropriamente.
La rivalutazione del profilo rischio-beneficio da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco dei farmaci simpaticomimetici per uso topico nei bambini ha dato esito sfavorevole . Pertanto l’AIFA non ne raccomanda l’uso nei bambini al di sotto di 12 anni. Questa fascia di età è infatti stata considerata quella più a rischio in quanto più rappresentata nelle segnalazioni di reazioni avverse a livello nazionale ed internazionale. In caso di ostruzione nasale, per favorire la respirazione del bambino spesso è sufficiente umidificare l'ambiente, fare instillazioni o lavaggi nasali con soluzione fisiologica; fare inalare, se il bambino è grande, degli aerosol di soluzione fisiologica tiepida. Solo se l'ostruzione nasale è rilevante e compromette l'alimentazione del bambino si può ricorrere all'uso dei decongestionanti nasali. L'uso di questi farmaci deve essere limitato come quantità (1-2 gocce per narice non più di 3-4 volte al giorno) e come durata (non più di 2-3 giorni).
Sotto i due anni, poi, sono assolutamente vietati, anche se, essendo prodotti che si possono acquistare liberamente in farmacia, è difficile controllare che questi limiti siano rispettati.


Prokofiev

giovedì 27 marzo 2008

Il matrimonio allunga la vita? Sembrerebbe di si


Secondo un recente studio, la condizione di single sarebbe un fattore di rischio per la salute.
La ricerca è stata condotta da un'equipe di ricercatori dell'Università di Warwick nell'arco di un decennio su 10.000 trentenni e quarantenni britannici.
Nel corso dello studio fra le 10.000 persone monitorate ci sono stati 600 decessi. I ricercatori hanno rilevato i diversi tassi di mortalità fra donne ed uomini sposati, singoli, divorziati o vedovi, scoprendo che il rischio di morire è più alto del 10% nei maschi single e del 4,8% nelle donne single rispetto ad uomini e donne nella stessa fascia d'età che sono sposati. I single infatti bevono di più perché socializzano di più, non fanno colazione, lavorano più ore perchè sono concentrati sulla professione, sono stressati perchè non hanno un partner con il quale condividere i problemi.
Le coppie sposate, invece, tendono a seguire un regime alimentare migliore e vivere in case più confortevoli. Inoltre i figli hanno un ruolo stabilizzante, mentre chi non li ha è più propenso ad assumersi rischi. "La lunghezza della vita di una persona dipende da molti fattori, sia economici che sociali. Ma la nostra ricerca ha dimostrato che il matrimonio è di gran lunga il fattore più importante per determinare la longevità di una persona", spiega il professor Oswald, sottolineando che condividere la propria vita con la persona amata diminuisce lo stress e facilita il pensiero positivo.


Un altro studio ha valutato invece la pressione arteriosa nei single e nelle persone sposate: Lo studio della ricercatrice Julianne Holt-Lunstad ha coinvolto 204 persone sposate e 99 single, a cui è stata controllata la pressione diverse volte nel giro di 24 ore. I coniugi che descrivevano la loro relazione come felice e serena hanno riportato risultati più bassi, mentre le coppie più stressate hanno fatto registrare parametri più alti. Una precedente ricerca aveva già dimostrato che le coppie sposate godono di una migliore condizione psico-fisica rispetto a chi non ha ancora trovato l'anima gemella. "La novità di questi risultati sta nel fatto che dimostra che un'unione stressante può condurre direttamente a un innalzamento della pressione sanguigna e ai relativi disturbi fisici" spiega la Holt-Lunstad.
"Un matrimonio felice è meglio che essere semplicemente sposati, anche sul piano della salute - ha dichiarato il dottor Brian Baker, professore di psichiatria all'Università di Toronto - E' una frase che ha senso!"

Prokofiev

Esposizione a paracetamolo nei bambini: alcune doverose precisazioni

Alcune doverose precisazioni sull’uso della tachipirina, visto che il precedente post potrebbe aver ingenerato allarmismo.
Il farmaco è molto maneggevole e sicuro anche per i bambini, purchè si rispettino i giusti dosaggi.

Riporto a tal proposito alcune valutazione degli esperti del settore:
Secondo la responsabile del centro antiveleni del Niguarda di Milano, " la Tachipirina, il paracetamolo, è un farmaco sicuro, i cui effetti sui bambini sono noti e documentati. Il problema delle intossicazioni si pone solo in seguito ad errori di dosaggio, errori tra l'altro che per provocare danni, devono essere ripetuti nell'arco di una stessa giornata".
Ricordiamo che la tachipirina per bambini viene venduta senza obbligo di ricetta medica in compresse, bustine sciroppi e supposte. Queste, da 125, 250 e 500 milligrammi, differiscono dal prodotto per adulti da 1000 milligrammi solo nelle dimensioni: questione di qualche millimetro. "Questa somiglianza di confezioni può provocare, e qualche volta provoca, errori di dosaggio: le madri sbagliano e somministrano il paracetamolo in dosi eccessive ai figli con febbre". Tuttavia la dose tossica della tachipirina, come ci spiega Davanzo, è piuttosto elevata: 150 mg per chilo.
Un ‘ altra importante precisazione è che se anche un bambino di 10 chili assume per sbaglio 1000 mg di paracetamolo, cioè una supposta per adulti, non corre comunque il rischio di avvelenarsi, visto che la dose tossica per lui, calcolata in base al suo peso è pari a 1500 milligrammi. Rischierà invece l'intossicazione se assume un tale dosaggio più volte al giorno.
E’ stato per tale motivo proposto alle industrie di differenziare le confezioni di tachipirina, per esempio colorandole diversamente a seconda dei dosaggi. Ai genitori è consigliabile somministrare la medicina ai bambini solo dopo aver controllato la confezione, attenendosi comunque sempre alle indicazioni del pediatra, che ha l'obbligo di comunicare modi, tempi di somministrazione ed effetti collaterali dei farmaci che prescrive .
Secondo i pediatri il paracetamolo rimane l'antipiretico di prima scelta in pediatria: è efficace e ha scarsi effetti collaterali. Va somministrato quando la febbre raggiunge i 38-38,5 gradi attenendosi al dosaggio consigliato che dipende dal peso del bambino, e rispettando l'intervallo di tempo tra una dose e l'eventuale successiva, che è di 4-6 ore.
Altra cosa che le madri devono sapere è che il compito della tachipirina non è azzerare la febbre ma solo abbassarla : portare la temperatura a 37.5 gradi va benissimo.

Prokofiev

mercoledì 26 marzo 2008

Ancora segnalazioni di sostanze nocive negli indumenti per bambini, e ancora nessuna normativa


Ancora segnalazioni di sostanze nocive negli indumenti per bimbi. Stavolta a lanciare l’allarme è Altroconsumo, associazione di consumatori .
Tre pigiamini su 15 sottoposti a test di laboratorio sono infatti risultati positivi a composti che, a lungo termine, possono essere nocivi per la salute. che ha condotto gli esami riscontrando quantità eccessive di ftalati, sostanze già bandite nella produzione di oggetti e vestiti destinati all'infanzia, e anche di un colorante azoico che rilascia un'ammina (la 4-methyl-m-fenilenediamina) cancerogena e limitata dalla Direttiva europea 2002/61/CE. I pigiamini esaminati sono stati scelti tra i più comuni destinati ai bimbi da zero a tre anni, venduti nella grande distribuzione, nei negozi per l'infanzia, in catene d'abbigliamento e di intimo.
Obiettivo dell'indagine era verificare presenza e concentrazione di sostanze chimiche nei tessuti e nelle stampe spesso presenti su questi pigiami. Queste sostanze possono 'migrare' dal tessuto all'organismo per l'intensa sudorazione, l'inalazione o succhiando l'indumento, come spesso fanno i piccoli. I tre capi con problemi di sicurezza segnalati al ministero dello Sviluppo economico e alla Camera di Commercio di Milano, luogo dell'acquisto, sono il pigiamino Blukids di Upim, per la quantità di rilascio di colorante azoico superiore al limite consentito; pigiamino Texbasic di Carrefour e pigiamino Tezenis, per presenza di ftalati in misura superiore rispetto ai limiti della normativa europea; anche in due pigiamini acquistati presso negozi specializzati per l'infanzia (Prénatal e Chicco) è stata riscontrata una presenza rilevante di ftalati. In seguito alle nostre segnalazioni - precisa Altroconsumo - Upim e Carrefour hanno deciso di ritirare i loro prodotti dal mercato, mentre Tezenis si è riservata di svolgere degli accertamenti, anche se il prodotto non è più in vendita perché appartiene alla collezione autunno-inverno 2007.
In precedenza ( alla fine del 2003 ), Greenpeace aveva acquistato una gamma di indumenti per bambini della Disney, incluse t-shirt, canottiere, pigiami, abiti impermeabili e biancheria, in 19 paesi nel mondo presenti in Europa, Asia, Nord e Sud America e Nuova Zelanda. Le parti stampate degli indumenti, riportanti il logo o un personaggio registrato Disney, sono state analizzate per monitorare l'eventuale presenza di sostanze pericolose, in grado di causare disturbi al sistema riproduttivo e a quello immunitario, capaci di imitare gli ormoni e persino di indurre il cancro in diversi organismi viventi . Il laboratorio danese indipendente, Eurofins, ha effettuato le analisi .
Diciotto campioni su un totale di diciannove prodotti analizzati comprendevano stampe Disney applicate a tessuti, come quelle di magliette, pigiami e biancheria. I risultati mostravano che le stampe Disney in questione contenevano sostanze chimiche dalle proprietà intrinseche pericolose. Un confronto del contenuto chimico delle varie parti stampate dei tessuti ha rivelato che prodotti simili contenevano quantità estremamente variabili delle stesse sostanze pericolose : FTALATI / ALCHILFENOLI TOSSILATI / PIOMBO / ORGANOSTANNICI / CADMIO / FORMALDEIDE

Secondo Altroconsumo, esiste un vuoto legislativo in materia: il settore della produzione tessile in Italia è privo di paletti normativi e regole che tutelino la sicurezza del consumatore. In altri Paesi europei, come in Germania, le stesse multinazionali ammettono di doversi adeguare a standard più elevati di garanzia di tutela della salute per il consumatore finale. Ma altri paesi europei, come Spagna e Belgio, hanno problemi simili ai nostri. E il consiglio è di non associare sempre il pericolo al luogo di provenienza del capo: la realtà è più variegata e il 'made in China' non è di per sé sinonimo di rischio. Il pigiama Disney baby at Oviesse, prodotto in Cina, ha superato infatti tutte le verifiche del test, il pigiama Blukids di Upim, prodotto in India, è stato invece bocciato.

Prokofiev

vaccinazione di massa antiinfluenzale nei bambini: quali evidenze ?

Il recente dibattito sull’opportunità di estendere l’indicazione alla vaccinazione antinfluenzale anche ai bambini fra i 6 e i 24 mesi senza patologie di base (gruppo non a rischio), per l’eco avuta attraverso i media, ha fatto notevolmente aumentare l’attenzione nei confronti di questo argomento da parte sia dei genitori sia dei professionisti sanitari.
Le linee guida piu’ importanti al riguardo sono:

World Health Organization (WHO)
I gruppi a rischio che dovrebbero ricevere la vaccinazione antinfluenzale sono:
1) soggetti anziani o disabili istituzionalizzati
2) soggetti anziani non istituzionalizzati con patologie croniche cardiache o polmonari, malattie metaboliche o renali o immunodeficienze
3) tutti i soggetti > 6 mesi di età che presentino almeno una delle condizioni sopra descritte 4) soggetti anziani identificati secondo un limite d’età stabilito a livello nazionale indipendentemente dal loro stato di salute di base
5) altri gruppi (a rischio) identificati sulla base di dati nazionali
6) personale sanitario a contatto con persone appartenenti a gruppi ad alto rischio
7) contatti stretti di persone appartenenti a gruppi ad alto rischio.
Vaccinare i bambini fra 6-24 mesi solo laddove i mezzi rendano disponibile questa misura.

American Academy of Pediatrics Policy statement
I bambini e gli adolescenti ad alto rischio che dovrebbero ricevere la vaccinazione con priorità sono quelli con:
• asma o altre malattie polmonari croniche come la fibrosi cistica
• malattie cardiache emodinamicamente significative
• immunodepressione per malattia o trattamenti in corso
• infezione da HIV
• anemia a cellule falciformi o altre emoglobinopatie
• terapia con aspirina per lunghi periodi (artrite reumatoide o s. di Kawasaki)
• malattie renali croniche
• malattie metaboliche croniche come il diabete
Altri individui che dovrebbero ricevere il vaccino con priorità sono:
• donne che saranno nel II o III trimestre di gravidanza durante la stagione influenzale
• contatti stretti di bambini ad alto rischio, inclusi :
- personale sanitario in contatto con bambini in ospedale o ambulatorio
- familiari e chi si prende cura di bambini ad alto rischio
- bambini familiari di adulti ad alto rischio inclusi quelli con HIV sintomatico.
La vaccinazione di contatti familiari e di chi presta cure anche fuori casa a bambini
Una task force di esperti Italiani, del Ministero della Salute , dopo aver revisionato gli studi e le linee guida , ha posto le seguenti conclusioni:
Sono disponibili pochi dati riguardo gli effetti collaterali e l’efficacia laboratoristica e di popolazione della vaccinazione antinfluenzale nei bambini, in particolare nella fascia di età fra i 6 ed i 24 mesi.
• I benefici attesi dalla vaccinazione potrebbero essere ridotti dagli effetti collaterali derivanti dalla vaccinazione, che mimano la sindrome simil-influenzale.
• Il decorso naturale dell’influenza nei bambini non appartenenti ai gruppi a rischio, per quanto di difficile studio e differenziazione rispetto ad altri episodi simil-influenzali, è, comunque, benigno e autolimitante.
• I dati attualmente disponibili non supportano la tesi che vaccinando i bambini sani si riduca la circolazione del virus influenzale e si possa quindi innescare il benefico “effetto gregge” (herd immunity, ovvero la possibilità che soggetti suscettibili all’infezione non la contraggano per una sorta di effetto protettivo derivante dalla vaccinazione di fasce selezionate di popolazione). I pazienti ad alto rischio e gli anziani non vaccinati non avrebbero quindi alcun beneficio dalla vaccinazione antinfluenzale dei bambini fra i 6 e i 24 mesi.
• Le evidenze attualmente disponibili riguardano l’adulto e i gruppi ad elevato rischio di morte per complicanze post-influenzali e non sono quindi immediatamente trasferibili al bambino sano (gruppo a basso rischio di complicanze e mortalità post influenzale).
•Prima di introdurre un intervento preventivo di salute pubblica come questo, che coinvolgerebbe un’ampia fetta di popolazione sana, è necessario disporre di studi ad hoc in grado di quantificare i benefici e i rischi legati all’introduzione della vaccinazione di massa in contesti simili all’Italia, soprattutto se si considera la relativa benignità della patologia influenzale e, di contro, il rischio di introdurre effetti non desiderati su una popolazione così ampia.
Prokofiev

martedì 25 marzo 2008

Associazione tra pulsione al gioco d'azzardo ed uso di farmaci antiparkinsoniani: una singolare evidenza


Le prime segnalazioni di una relazione tra farmaci dopaminergici antiparkinsoniani e gambling ( pulsione al gioco d’azzardo) in corso di Parkinson risalgono al 2000 .
In Italia, fu emblematico il caso del signor M . in trattamento con antiparkinsoniani da tempo, che cominciò a sviluppare questa pulsione, con l’irrefrenabile impulso a giocare , con ingenti perdite finanziarie e conseguente disperazione dei familiari. M., infatti, per giocare prelevava grosse somme di denaro dal proprio conto corrente e dal portafoglio dei familiari, richiedeva prestiti a diverse finanziarie e chiedeva disperatamente soldi, raccontando anche grosse bugie, a parenti ed amici.Addirittura la moglie aveva segnalato la scomparsa da casa di gioielli di valore.
A marzo 2006 i familiari di Mario, che erano iscritti a una associazione di malati di Parkinson, lessero un articolo che citava un caso analogo , e si rivolsero a un centro specializzato, dove venne sospesa la terapia con pramipexolo, con rapida regressione della pulsione al gioco d’azzardo.
Da allora M.non è più stato vittima del gambling; è stato messo in terapia con un altro antiparkinsoniano .
Secondo il DSM-IV, il gambling (la pulsione al gioco d’azzardo) è un disturbo caratterizzato da incapacità a resistere al gioco d’azzardo con gravi ripercussioni sulla vita personale, professionale e familiare. I pazienti affetti da questa patologia sviluppano una sorta di vera e propria dipendenza dal gioco. Le cause del disturbo non sono state ancora chiarite e studi sul gioco patologico ipotizzano il coinvolgimento di diversi neurotrasmettitori.
Vi sono prove di possibili alterazioni della funzione dopaminergica (DDS – Dopaminergic Disregulation Syndrome) nei nuclei della base a causa della neurodegenerazione legata alla malattia. Queste alterazioni, insieme a un’intensa stimolazione dei recettori dopaminergici, sembrano essere responsabili dei disturbi del controllo degli impulsi, le cui manifestazioni cliniche, oltre al gambling, sono l’ipersessualità, lo shopping patologico e le turbe dell’appetito.
Di per sé i soggetti con Parkinson sono più proni a questo disturbo (3,5% dei parkinsoniani ha una pulsione verso il gioco d’azzardo rispetto all’1% della popolazione generale), ma questa prevalenza sale addirittura al 7,2% se assumono un farmaco dopaminergico.
I farmaci potenzialmente responsabili di questa complicanza sarebbero la pergolide, la bromocriptina, il ropinirolo , la selegilina , il pramipexolo.
Questi disturbi si verificano soprattutto ad alti dosaggi e generalmente sono reversibili con la riduzione della dose o l’interruzione della terapia.
È importante riconoscere per tempo la loro presenza. Va sottolineato infatti che mentre i segni e i sintomi motori della malattia di Parkinson sono noti e quindi facilmente diagnosticabili, quelli relativi ai disturbi comportamentali, come il gambling, sono meno evidenti. A ciò si aggiunge il fatto che i pazienti sono restii a parlare di questo tipo di disturbo, tanto che sovente arrivano a perdere ingenti somme di denaro prima che il problema venga scoperto.
Di recente, infine, è stata segnalata per la prima volta la possibilità che farmaci dopaminergici causino un gambling in soggetti non parkinsoniani: si tratta di tre casi di pulsione al gioco d’azzardo in pazienti con sindrome delle gambe senza riposo che erano in terapia con pramipexolo.
I medici ed i familiari devono perciò essere a conoscenza della possibile comparsa di comportamenti inusuali durante la terapia con i farmaci dopaminergici.

Prokofiev

Fumo ed arteriopatia obliterante degli arti inferiori: ormai una certezza


L’arteriopatia periferica colpisce oltre 30 milioni di persone in tutto il mondo e sebbene possa colpire individui di ogni età, è più prevalente nelle persone di età superiore ai 65 anni.
L’aterosclerosi è la causa più frequente dell’arteriopatia obliterante periferica (AOP) degli arti inferiori: il restringimento o l’ostruzione di arterie provocati da un processo aterosclerotico in atto riduce il flusso di sangue nelle gambe durante l’attività fisica o anche a riposo. L’AOP può presentarsi in modi diversi, dall’insufficienza arteriosa asintomatica al dolore in seguito a deambulazione (claudicatio intermittens) e a riposo, la cui intensità è direttamente proporzionale al grado di interessamento vasale e allo sviluppo di circoli collaterali. Nelle forme più gravi di AOP, i pazienti sono colpiti da ischemia critica degli arti inferiori, con deterioramento della loro funzionalità, tanto che talora ne può essere richiesta la rivascolarizzazione chirurgica o, addirittura, l’amputazione.
Il sintomo caratteristico precoce e più frequente dell’AOP, conseguente ad occlusione dell’arteria femorale superficiale, è la claudicatio intermittens, rappresentata da dolore crampiforme ai muscoli delle gambe (solitamente in uno o entrambi i polpacci) durante la deambulazione, soprattutto quando si cammina in salita, dolore che sparisce in pochi minuti rallentando il passo o riposandosi.
Il fumo è il fattore di rischio più importante per lo sviluppo di AOP, ancora più strettamente correlato a tale patologia che alla coronaropatia . L’Associazione americana di cardiologia (American Heart Association) indica come, in media, ai fumatori venga diagnosticata la PAD con 10 anni di anticipo rispetto ai non fumatori. Solo 6 sigarette al giorno aumenterebbero il rischio di sviluppare AOP.
Tutti gli studi epidemiologici sulla AOP degli arti inferiori hanno confermato che il fumo contribuisce fortemente allo sviluppo di tale patologia ed alla sua progressione verso le manifestazioni più deleterie (claudicatio invalidante, ischemia critica, amputazione) . La probabilità d’insorgenza di AOP è circa doppia nei fumatori rispetto ai non fumatori e la gravità della patologia è correlata alla quantità di sigarette fumate e alla durata del tempo in cui si è fumato . È tre volte più probabile che i forti fumatori sviluppino claudicatio rispetto ai non fumatori . L’incidenza della claudicatio intermittens risulta infatti 4 volte maggiore negli uomini fumatori di almeno 20 sigarette/die rispetto a quelli che ne fumano meno di 10.
La cessazione del fumo dopo anni puo’ solo rallentare l’evoluzione delle lesioni aterosclerotiche, ma è comunque tassativo smettere in presenza di patologia accertata, per non vanificare l’effetto dei vasodilatatore ed antiaggreganti.

Prokofiev

Esposizione a paracetamolo (tachipirina) nei bambini: fare molta attenzione


Il paracetamolo è un analgesico-antipiretico ampiamente utilizzato per la terapia del dolore da lieve a moderato e negli stati febbrili. In commercio sono attualmente disponibili numerosi prodotti in varie formulazioni e concentrazioni. Nel trattamento delle sindromi influenzali il paracetamolo può essere associato a simpaticomimetici, salicilati, antistaminici, barbiturici e caffeina.
Per questo farmaco, si verifica una frequenza particolarmente elevata di errori terapeutici in età pediatrica, principalmente dovuti ad esposizioni in sovradosaggio.
A dosi elevate (superiori a 150 mg/kg in un’unica somministrazione, oppure, superiori ai 90 mg/kg nelle 24 ore, per somministrazioni ripetute), aumenta la produzione di un metabolica , che gli enzimi epatici non riescono ad inattivare. Il metabolita rimasto libero è in grado di formare legami covalenti con le macromolecole epatiche e causare necrosi. L’eventuale instaurarsi di insufficienza epatica acuta può comportare pericardite, emorragie sotto-endocardiche e necrosi miocardica. Possono instaurarsi anche danni renali con lo stesso meccanismo con cui si instaura la lesione epatica. L’esposizione in sovradosaggio a paracetamolo può determinare inoltre epatite acuta fulminante. In caso di esposizioni a dosi elevate, la terapia prevede somministrazione di un antiossidante (n-acetil cisteina , es. fluimucil disponibile in sciroppo e compresse), che, attraverso la donazione di gruppi S-H, permette di reintegrare il glutatione a livello del fegato .


Una recente indagine del centro antiveleni di Milano ha rilevato 214 casi di esposizione a farmaci contenenti paracetamolo. Le circostanze di esposizione sono risultate accidentali per il 70% dei casi , intenzionali per il 28% (56) e non note per un caso. Inoltre, sono stati identificati tre casi di reazione avversa in corso di terapia . I soggetti con età inferiore ai 6 anni (127 casi) hanno rappresentato circa il 63% della casistica generale e circa l’89% dei casi era dovuto ad esposizione accidentale. Il principale motivo riportato per questa ultima modalità di esposizione è stato l’incapacità di intendere e volere (70 casi, pari a circa il 49% delle esposizioni accidentali) seguito dall’errore terapeutico per sovradosaggio (63 casi, pari al 44% delle esposizioni accidentali). Le formulazioni più frequentemente riportate sono state quelle in supposte .
Gli effetti riportati nei casi che hanno interessato la popolazione pediatrica sono stati i seguenti: ipotono, iporeattività, danno epatico e renale nel caso di un bambino di 4 anni con somministrazione ripetuta in sovradosaggio per errore terapeutico di oltre 150 mg/kg in 24 ore della formulazione in sciroppo; ipotermia, per un caso di 3 anni di età, con somministrazione ripetuta di supposte in sovradosaggio, pari a 78 mg/kg in 24 ore di paracetamolo associato a ibuprofene; sopore, nel caso di un bambino di 2 anni, a seguito di assunzione per incapacità di intendere e volere, di clorfenamina e paracetamolo a dose non nota; vomito, per tre casi di 8, 5 e 2 anni di età, esposti a paracetamolo sciroppo, per incapacità di intendere e volere, in dosi rispettivamente non note, di 42 mg/kg e di 154 mg/kg; edema cutaneo localizzato in un caso di 8 anni di età in seguito a somministrazione di supposte da 500 mg di paracetamolo e infiammatorio .
Bisogna quindi porre molta attenzione all’uso di questo farmaco , apparentemente innocuo, che , se gestito in maniera incongrua, puo’ portare a conseguenze anche gravi, soprattutto nei bambini.

Prokofiev

lunedì 24 marzo 2008

Perchè si inizia a fumare? Dite la vostra


Il bisogno di fumare può essere determinato da vari tipi di situazioni: difficoltà scolastiche, problemi familiari, desiderio di sembrare affascinante, più grande della propria età, solitudine, depressione, rabbia, senso di ribellione, noia, alle feste, vedendo amici e familiari che fumano, dopo aver mangiato o bevuto alcool.
I non fumatori non riescono a dare una risposta, ma anche gli stessi fumatori spesso non riescono a dare una spiegazione. Le motivazioni sono numerose e di origine ben diversa. Abbastanza presto però, ad abitudine già contratta, esse non vengono neanche più ricordate dall'interessato, che spesso non ha più presente perché si è messo a fumare, né vuole chiedersi perché continua a farlo.
Non è quindi facile giungere ad una risposta semplice e sensata. Le spinte e le motivazioni che inducono circa un terzo dell'umanità a fumare sono probabilmente di ordine socio-ambientale.
L'età più a rischio è quella dell'adolescenza, quando ci si stacca dal mondo infantile e si va alla ricerca di un'identità. Nella cultura occidentale di inizio secolo il fumare si è caricato di importanti significati comportamentali, qualcosa di simile ad una iniziazione: per i giovani voleva, e vuole ancora, dire entrare nell'età adulta e potersi esprimere di conseguenza. Ma anche per gli adulti il fumare esprime un'immagine personale di prestigio e di disinvolta sicurezza. D'altronde le maggiori multinazionali del tabacco nei loro messaggi collegano il fumo all'invidiato mondo della moda e dei bolidi di formula uno.
Il piacere indubbiamente è un motivo, anche se non è forte come quello derivato da altre droghe. Anzi, inizialmente il fumo di tabacco dà manifestazioni sgradevoli, come nausea, diarrea, mal di testa, ecc., che hanno tenuto lontano tante persone che lo hanno provato (ad esempio Napoleone e Gabriele D'Annunzio).
Vi sono altri fattori, sociali, psicologici, individuali e di massa, che inducono al fumo. Vi è l'aspetto "rituale" dell'accensione della sigaretta, l'aspetto "manuale", per cui con la sigaretta tra le dita si superano i momenti di vuoto, l'aspetto "orale", che fa sì che avere una sigaretta tra le labbra sia associato ad una sensazione piacevole, l'aspetto "sensuale", associato all'aroma, e anche l'aspetto "distruttivo", che si esplica nell'atto di spegnere la sigaretta schiacciandola.
A proposito dell'aspetto orale, da varie scuole di psicanalisi la sigaretta viene definita come un sostitutivo, così che si pensa che tenere tra le labbra e succhiare una sigaretta sia un sostitutivo della sessualità: in pratica si passerebbe dalla mammella materna al biberon, al cibo ed infine, ad una certa età, anche alla sigaretta.
Molti studiosi, per vedere se la personalità del fumatore è diversa da quella del non fumatore, ne hanno esaminato le caratteristiche psichiche: per ora, sembra che non esista una differenza evidente.
Tuttavia, secondo un'indagine del Ministero americano della Sanità, i fumatori adulti sono più amanti del rischio e dell'avventura, più estroversi e impulsivi, consumano più caffè, alcool, psicofarmaci e aspirina, e hanno maggiori probabilità di separarsi dal partner o divorziare, di chi non fuma.
Le ragazze che fumano sono più socievoli e meno sportive delle coetanee che non fumano, mentre leggono di meno e hanno voti peggiori a scuola.
E' importante anche l'ambiente: chi è nato e vissuto in un ambiente di fumatori, diventa più facilmente fumatore egli stesso; spesso i giovani che fumano hanno genitori e amici fumatori.

Ci sono tante ipotesi scientifiche , ma ancora nessuna certezza . Si ipotizza una predisposizione genetica , ma non c’è accordo univoco dei ricercatori.
Un campione di giovani ha risposto:
per provare, per curiosità
per imitazione degli altri (genitori, fratelli, amici, adulti, personaggi celebri dello spettacolo che fumano)
per essere accettati dal gruppo di amici
per sentirsi adulti
per trasgredire a regole imposte dagli adulti
perché si pensa di poter smettere in qualunque momento

Esistono due tipi di dipendenza:
Dipendenza fisica - il corpo si abitua alla nicotina per cui si avverte il bisogno di nicotina per rilassarsi e in situazioni di stress.
Dipendenza comportamentale - molte persone fumano principalmente per abitudine, in particolari situazioni, quali dopo il caffè, quando si incontrano con gli amici, bevendo alcolici o quando si sentono stressati o arrabbiati.

In definitiva, ci sono tante ipotesi , ma nessuna è stata provata con certezza.

Prokofiev

Il "Bugiardino", gioia e dolore di medici e pazienti. Alcune considerazioni


Accuratamente ripiegati all’interno di ogni confezione farmaceutica, i fogli illustrativi sono documenti ufficiali a tutti gli effetti, che devono contenere ciò che al paziente occorre sapere sul medicinale , al fine di consentirne un uso corretto. Strumento informativo e comunicativo, ma anche elemento legato a normative che ne regolano la stesura.
Trattasi di un “distillato” dei dati che si trovano anche nei documenti più tecnici e rivolti agli esperti del settore, con la specificità, però, di fornire ai pazienti tutte le informazioni utili al corretto utilizzo dei farmaci. Lavori più o meno attuali, condotti anche in Italia, hanno messo in luce che i “consumatori” generalmente leggono il foglio illustrativo, ma solo una bassa percentuale riesce effettivamente a comprenderlo.
Attualmente in Italia troviamo due tipologie di fogli illustrativi. Quelli relativi ai farmaci approvati per via centralizzata (dall’EMEA) e quelli dei medicinali recepiti a livello nazionale. I primi vengono messi in commercio corredati del foglio illustrativo redatto dalle aziende produttrici e approvato dall’EMEA. I secondi, invece, vengono stilati sotto il controllo e l’approvazione del Ministero della Salute.
Purtroppo la maggior parte degli stampati dei farmaci in commercio in Italia è legata ancora al modello redatto in stile “notarile” e i foglietti , anche se risultano rispondenti alle norme , contengono una complessità e un’ampia quantità di informazioni, spesso poco comprensibili alla popolazione generale. In effetti, oltre alle specifiche informazioni standard che gli enti regolatori esigono dalle aziende, le case farmaceutiche sono libere di aggiungere tutte le indicazioni che ritengano più idonee. Il risultato è che farmaci prodotti da aziende farmaceutiche diverse, ma contenenti lo stesso principio attivo, possono essere accompagnati da fogli illustrativi che presentano tra loro discrepanze.

Da diverse ricerche erano emersi diversi punti:
La descrizione tecnica non è spesso accompagnata dai dati che il paziente ha più a cuore, come il momento della giornata in cui assumere il farmaco, le modalità di conservazione del prodotto e la percentuale di effetti collaterali segnalati (che vengono sempre soltanto elencati).
Il secondo punto critico che emerge riguarda la leggibilità del testo: il carattere di stampa è spesso molto piccolo e quindi illeggibile, soprattutto per gli anziani. Le interlinee sono compatte e troppo fitte e la carta troppo sottile e trasparente.
Anche l’utilizzo di concetti generici non dà chiarezza e trasparenza alle informazioni riportate. La dizione stessa: “evitare l’uso prolungato” è un concetto poco chiaro e il paziente si chiede se “prolungato” significhi per giorni, mesi o anni.
Un altro aspetto che va a compromettere la comprensione dei fogli illustrativi è l’impostazione grafica, che non incoraggia la lettura.
Il format grafico non rende facilmente reperibili le informazioni contenute e le avvertenze principali non sempre sono immediate. Questo crea disorientamento tra gli utenti e difficoltà a rintracciare dati e indicazioni anche per gli esperti del settore.
Per quanto riguarda l’aspetto emotivo associato al foglio esplicativo, l’indagine ha messo in luce che spesso esso viene percepito come un oggetto complicato, fatto che genera ansia per il timore di sbagliare l’assunzione del farmaco. In alcuni casi, infine, viene vissuto come mero strumento burocratico che assolve ad un obbligo giuridico delle aziende farmaceutiche, piuttosto che come strumento di informazione utile ad un corretto uso dei medicinali.

Qui sono riassunte le linee guida della CUF:

Le informazioni contenute nel foglietto illustrativo sono destinate all’utilizzatore del farmaco, pertanto il testo deve essere facilmente comprensibile dal paziente, fornendo una spiegazione dei termini scientifici o specialistici utilizzati.
Ogni medicinale dovrebbe avere uno specifico foglio illustrativo a seconda del diverso dosaggio o della differente forma farmaceutica (capsule, bustine, sciroppo, …).
Leggibilità e comprensibilità sono considerati i requisiti fondamentali: le dimensioni dei caratteri non devono essere troppo piccoli; il colore delle parole deve distinguersi dallo sfondo; le frasi devono essere brevi e più facilmente comprensibili; la carta non deve essere eccessivamente sottile o trasparente e si auspica una sempre maggiore utilizzazione dei caratteri Braille nell’etichettatura della confezione esterna.

Il nuovo foglietto, elaborato dall’Agenzia Italiana del Farmaco, organo del Ministero della Salute per far fronte a tutte queste difficoltà , assume sicuramente un aspetto più comprensibile, familiare e utile perché favorisce l’alta comprensibilità del linguaggio, scritto e visuale, anche a livelli di istruzione inferiore alla media nazionale. Questo anche grazie all’introduzione di messaggi sintetici, precisi e basati sulle icone.
Prokofiev

domenica 23 marzo 2008

Abbronzatura artificiale : dipendenza come il fumo?


Abbronzatura in ogni stagione ed in ogni luogo: sempre di piu’ si ricorre a quella artificiale ottenuta con lampade UV. Ogni giorno, due milioni di americani fanno uso di lampade abbronzanti, lettini, docce solari, un’utenza che, negli ultimi 10 anni è quasi raddoppiata fino a 30 milioni. Tutto questo nonostante gli avvertimenti di dermatologi ed esperti, sui potenziali rischi di questa pratica e le conseguenze dannose che ne possono derivare documentate da dati scientifici, che testimoniano l’aumento del rischio di melanoma associato all’esposizione all’UV artificiale.
Secondo gli esperti, infatti, il rischio di tumori della pelle aumenta via via che vengono messe in commercio lampade più potenti: attualmente la possibilità di contrarne uno sarebbe triplicato rispetto a 10 anni fa. E a quanto pare, inoltre, la maggior parte dei lettini utilizzati nei solarium, nei centri estetici, nei centri sportivi e negli hotel britannici sarebbe fuori standard, perché tarata su un livello di emissione di UV superiore a quello consentito dalle regole europee. Senza contare che presso i centri di abbronzatura manca spesso la supervisione di una persona esperta che sappia consigliare tempo e modi di esposizione a chi desidera la tintarella.
Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che dietro questo comportamento potesse esserci dell’altro, qualcosa che rende difficile smettere, un po’ come per il fumo. Anche con l’obiettivo di fornire strumenti in più agli stessi medici per diventare più convincenti nel proporre la prevenzione. L’analisi dei comportamenti è stata condotta su un campione di circa 170 donne che ricorrevano all’abbronzatura artificiale e, in base alla frequenza e alla motivazione, valutate con questionari a punteggi, sono stati delineati tre tipi di schema di comportamento. Un primo profilo, che ricorreva nel 53,6% delle donne circa sui 20 anni, associava l’abbronzatura a un evento speciale, come se il colorito fosse un accessorio di moda da sfoggiare per un’occasione. Un uso, quindi, moderato o basso con media annuale di 12 lampade. Agiscono in modo molto più casuale, spontaneo a volte umorale nel 6% dei casi e sono anche le più grandi come età, 23 anni circa in media. Non sembrano nemmeno troppo convinte dell’utilità dell’abbronzatura ma il fatto che persistano, anche se con una frequenza molto bassa, potrebbe essere parzialmente dovuta all’umore del momento, tanto che i ricercatori hanno pensato che potessero essere soggette a problemi affettivi a cadenza stagionale. Il 30% delle donne mostrava un comportamento misto, cioè una certa determinazione e intenzione a non voler smettere di sottoporsi ad abbronzatura artificiale ma con una frequenza, per quanto alta, una media superiore a 25 volte all’anno, comunque più bassa delle donne che lo facevano con regolarità. In questo gruppo era difficile ipotizzare di convincerle a rinunciare all’abbronzatura a cui probabilmente attribuivano importanza per la propria immagine in ambito sociale.
Le irriducibili dell’abbronzatura a ogni costo avevano l’età media più bassa, 18 anni circa, rappresentavano il 12% del campione e si sottoponevano con regolarità, più di 70 all’anno a lettini, lampade e docce solari. Hanno iniziato da diversi anni e non hanno intenzione di smettere e, per altro, considerano l’abbronzatura artificiale e non, un fattore positivo, tutt’altro che da evitare ma con un atteggiamento quasi ossessivo.

Gli esperti suppongono che dietro questi atteggiamenti ci sia una forte componente umorale a giustificare livelli così alti di frequenza e l’espressione di poca soddisfazione del colore ottenuto. Per questi soggetti, gli esperti suggeriscono un approccio che valuti sintomi depressivi o disturbi stagionali della sfera affettiva ed eventualmente avviarli a visite specialistiche o a interventi intensivi che affrontino aspetti legati all’immagine, alla salute e all’umore.


Prokofiev

Giovani ed alcool: smettere prima che sia troppo tardi


Gli studi lo dicono chiaramente, se fin dall’adolescenza si assaggiano birra, vino e altri alcolici aumenta il rischio di diventare adulti con dipendenza cronica da alcol. Ed è un fatto neurobiologico. Eppure l’alcol gode di una accettazione sociale e di una popolarità legate alla cultura italiana del bere. Il problema è che con il tempo i giovani hanno adottato modelli di consumo che separano il bere dalla ritualità dei pasti, per associarlo agli effetti che è in grado di esercitare sulle performance personali. Si beve così per sentirsi più sicuri, più loquaci, per facilitare le relazioni interpersonali, per essere più accettati dal gruppo. Ma i rischi sono molti.
L'alcol agisce deprimendo il sistema nervoso centrale: diminuisce cioè l'attività dei neuroni e induce tolleranza e dipendenza, analogamente ai farmaci sedativo-ipnotici (benzodiazepine). L'alcol aumenta la fluidità delle membrane neuronali e modifica il funzionamento di diversi neurotrasmettitori. Se c'è un consumo cronico l'organismo innesca tre meccanismi successivi di compensazione, che gli consentono di tollerare, entro certi limiti, quantità sempre maggiori di alcol.
Dopo 1-2 settimane il fegato incrementa la velocità di metabolizzazione dell'etanolo del 30%, s'instaura così la tolleranza farmacocinetica, o metabolica. Questa modificazione, dovuta all'aumentata produzione di enzimi epatici, insorge molto rapidamente, ma scompare altrettanto in fretta se s'interrompe il consumo di alcol.
Il consumo di alcool dà quindi origine a un diffuso schema di cambiamenti neuro-chimici che causano un indebolimento di alcune capacità cognitive, in particolare, nelle prestazioni che richiedono un rapido e flessibile adattamento comportamentale in risposta a variazioni ambientali. Tale controllo del comportamento coinvolge anche un monitoraggio dei processi in corso in caso di risposte contraddittorie o di risultati erronei. Le analisi psicofisiologiche e la medicina per immagini evidenziano, come una componente importante del circuito di neuroni cui spetta l’azione di controllo, la corteccia cingolata anteriore, partecipi ai processi dell’attenzione.
Gli altri effetti sugli organi sono:
Sistema nervoso centrale
Neuropatia periferica: probabilmente legata a deficienza di tiamina (vitamina B1), dato che l'alcolista tende ad alimentarsi poco e male. Si manifesta con torpore, formicolio e parestesia agli arti.Degenerazione cerebellare: nel caso in cui la malnutrizione sia costante, si osserva una progressiva perdita dell'equilibrio nel soggetto, sia quando è fermo sia quando cammina. L'atrofia del cervelletto è chiaramente visibile effettuando una TAC o una risonanza magnetica.
Deficienze cognitive: molti alcolizzati sperimentano difficoltà di apprendimento per compromissione della memoria, sia a breve sia a lungo termine. Fortunatamente questo handicap scompare, dopo almeno un anno di astinenza, e il soggetto riacquista le sue normali facoltà mentali.
Sindromi psichiatriche: nell'alcolista possono manifestarsi depressione, ansia, allucinazioni uditive, illusioni paranoiche. Queste patologie possono persistere per diversi mesi, dopo che il paziente ha smesso di bere, e richiedono cure specifiche.
Gli effetti sul sistema gastrointestinale
L'azione irritante locale dell'etanolo sulle mucose causa esofagiti e gastriti, che possono essere accompagnate da dolore addominale, anoressia, vomito e sanguinamento. L'azione locale sulle pareti dell'intestino, combinata agli altri componenti della dieta, può indurre diarrea o costipazione. I problemi infiammatori dell'apparato digerente sono reversibili, fatta eccezione per una grave complicanza: le varici esofagee. Altri effetti sono invece più seri: pancreatite acuta o cronica, epatite alcolica, degenerazione cirrotica del fegato, rischio 10 volte più elevato di sviluppare un tumore.
Gli effetti su sangue e immunità
L'alcol diminuisce l'aggregazione piastrinica (fluidifica il sangue), altera la produzione di eritrociti (anemia megaloblastica), abbassa le difese immunitarie. Questi effetti sono temporanei e regrediscono con l'astinenza, ma facilitano la comparsa di infezioni e tumori.
Gli effetti sul sistema cardiovascolare
Piccole quantità di alcol causano vasodilatazione periferica e diminuzione della forza di contrazione del cuore, in pratica un lieve abbassamento della pressione arteriosa seguito, per compensazione, da un incremento di ritmo (tachicardia) e gittata cardiache. Inoltre, un consumo moderato di etanolo assicura un benefico effetto sull'apparato cardiovascolare, sembra, infatti, aumentare i livelli di colesterolo HDL. Negli alcolisti, invece, si ha incremento della pressione arteriosa con possibile comparsa di aritmie, insufficienza cardiaca e vasculopatie cerebrali.
Gli effetti sul sistema genito-urinario
L'alcol a piccole dosi aumenta, nei maschi, la pulsione sessuale ma diminuisce parallelamente la capacità di erezione. Negli alcolisti cronici, talvolta, si osserva atrofia testicolare irreversibile con conseguente sterilità; impotenza e ginecomastia (ingrossamento delle ghiandole mammarie). Le donne alcolizzate, invece, possono andare in contro ad amenorrea (interruzione del ciclo mestruale), sterilità e aborti spontanei.
Le interazioni con i farmaci
L'alcol e tutti i farmaci che deprimono il sistema nervoso centrale (sedativi, ipnotici, anticonvulsivanti (antiepilettici), antidepressivi, ansiolitici, analgesici oppioidi) si potenziano a vicenda: assumendo etanolo insieme a uno di questi medicinali si otterrà un effetto sedativo molto più marcato, con tutte le inevitabili e prevedibili conseguenze. L'induzione degli enzimi epatici, che si verifica negli alcolisti, altera l'emivita di quei farmaci che utilizzano le stesse vie metaboliche. Per esempio la durata d'azione della fenitoina e degli ipoglicemizzanti orali può risultare diminuita o incrementata, mentre il paracetamolo vede aumentare la sua tossicità epatica negli alcolizzati. Metronidazolo (un antifungino), cefalosporine (una famiglia di antibiotici) e ipoglicemizzanti orali associati all'alcol possono scatenare sintomi spiacevoli, simili a quelli sperimentati da chi assume disulfiram e alcolici contemporaneamente.

Motivi per prestare la massima attenzione all’uso di alcolici sin dalla giovane età.

Prokofiev

sabato 22 marzo 2008

Un pensiero speciale per tutti coloro che passeranno la Pasqua in ospedale

Un pensiero speciale per tutti i bambini ricoverati e per i loro familiari, un pensiero per tutti gli adulti che trascorreranno questa Pasqua in ospedali e case di cura, un pensiero speciale per tutti i miei colleghi e gli infermieri che passeranno la Pasqua al lavoro.

Un abbraccio a tutti voi.


Prokofiev

venerdì 21 marzo 2008

Fumo: meglio non iniziare che smettere


Un miliardo di persone saranno uccise dalle malattie legate al fumo di sigaretta nel corso di questo secolo. Lo sostiene una recente stima dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) secondo la quale ogni anno il fumo uccide 5,4 milioni di persone e la metà di questi decessi sono nei paesi in via di sviluppo.
Secondo un recente studio, pubblicato su BioMed Central, smettere di fumare non necessariamente è efficace nel prevenire malattie fatali come il tumore al polmone, di cui il fumo è la causa principale.
L’espressione di alcuni geni rimane permanentemente alterata, nonostante si sia smesso di fumare.
Lo studio canadese ha preso in esame geni che si “accendono” o si “spengono” in virtù del proprio status di fumatore. E in particolare hanno fatto ricorso all’analisi seriale dell’espressione genetica (SAGE), tecnica messa a punto di recente, attraverso la quale si può determinare contemporaneamente la struttura, la funzione e l’espressione di un intero genoma. L’obiettivo della ricerca era di determinare l’effetto del fumo attraverso la trascrizione dei genomi ottenuti dai campioni clinici di fumatori presenti e passati nonché di non fumatori. Una volta identificati i geni i ricercatori hanno cercato di evidenziare le variazioni reversibili o irreversibili nell’espressione genica dopo aver smesso di fumare. E’ stato così possibile evidenziare come alcuni geni pericolosi si disattivano quando un fumatore smette, altri invece hanno subito modifiche irreversibili. Si spiegherebbe così, perché persone che fumavano, rimangano ad alto rischio di sviluppare tumore al polmone. Basti pensare che quasi la metà dei casi di tumori da fumo si verificano in ex-fumatori. Lo studio rappresenta il più grande mai effettuato con l’utilizzo del SAGE e nel caso specifico riguarda oltre 3000000 di target genetici nell’epitelio bronchiale di 24 soggetti tra fumatori e non. Se non serve smettere di fumare, perciò, non resta che non cominciare mai.


Un ulteriore invito ai genitori per educare i figli ad una vita sana.


Prokofiev

Ciclisti sani e contenti


La bicicletta è un vero elisir di giovinezza. Pedalando si perde peso, si resta giovani e si è in genere più felici. Una specie di antistress, perciò, che permette di ricaricare le energie e aumentare la fiducia in se stessi. Diversi lavori hanno valutato l’effetto delle pedalata sulla salute e sull’umore. Un recente lavoro si è occupato della questione riscontrando come siano sempre di più i “professionisti” della bicicletta. Parla da solo, del resto, l’aumento vertiginoso di articoli commerciali inerenti le due ruote, un aumento che non sembra arrestarsi. In Italia qualche problema è invece legato alla scarsa disponibilità di piste ciclabili. Secondo un’indagine del centro studi 3M Sicurezza Stradale, in tutta Italia la rete urbana di piste ciclabili raggiunge appena i 3000 chilometri. E nei capoluoghi di provincia e nei maggiori centri urbani ci sono solo 3,7 chilometri di piste ciclabili ogni 100 mila abitanti. Numeri ridotti in considerazione dei vantaggi che una sana passeggiata in bicicletta può determinare.

In bici si alza il metabolismo glucidico e lipidico e si rafforzano sia il sistema immunitario sia quello cardio-vascolare ma anche la capacità respiratoria. Per le donne, poi, c’è tutta una serie di vantaggi in termini di osteoporosi e cellulite, che possono essere così combattute efficacemente. Ma al di là dei benefici fisici, come premesso, sono considerevoli quelli psicologici. Dal 43% degli intervistati in una recente indagine la bicicletta è considerata il miglior antistress, mentre secondo il 35% il senso di benessere associato al pedalare consente di recuperare le energie. In più, usando la bicicletta sembra che si aumenti, misteri della psiche umana, la fiducia nelle proprie capacità. Basta quindi pedalare pochi minuti ogni giorno per stare meglio con se stessi e per dimagrire mettendosi in forma senza rischi. Fondamentale è che l’esercizio aerobico sia condotto al 60% del massimale cardiaco di ciascuno. Importante è anche la durata del lavoro aerobico. Un programma di dimagrimento corretto prevede 30/40 minuti di lavoro aerobico. In più è meglio essere graduali nello sforzo e non partire subito con percorsi duri, senza tralasciare riscaldamento e raffreddamento dopo la pedalata. Non mancano poi gli accorgimenti per intraprendere l’attività ciclistica.

Anche l’ipertensione sembra rispondere favorevolmente alla pedalata.
Pedalando anche solo 20 minuti al giorno , o usando la cyclette, si otterrebbe una significativa riduzione della pressione arteriosa sistolica e diastolica.

Prokofiev

giovedì 20 marzo 2008

La dieta Mediterranea riduce il rischio di reinfarto nei cardiopatici


Dopo un episodio di infarto del miocardio, per diminuire il rischio di un nuovo disturbo cardiovascolare, si dispone di diverse misure farmacologiche; in particolare, è indicato l’impiego di statine.

Tra le misure non farmacologiche da adottare, diversi studi indicano un regime alimentare con le seguenti caratteristiche: elevato consumo di cereali (pane, pasta, riso, ecc.), di patate, di frutta, di verdura, in particolare legumi (fagioli e fave),di frutta secca, soprattutto noci, nocciole e mandorle; olio di oliva quale principale fonte di grassi; pesce e volatili, yogurt e formaggi consumati in quantità moderata; ridotto consumo di carne rossa; eventualmente del vino durante i pasti, in quantità moderata. Insomma, stiamo parlando della dieta mediterranea.
Uno studio comparativo randomizzato condotto nel 1992 ha analizzato il regime alimentare a base di verdura (soprattutto legumi), frutta, fresca e secca, e pesce di 406 pazienti di sesso sia maschile sia femminile, con storia di infarto del miocardio o angina instabile. Dopo un anno di follow-up, la mortalità totale e l’incidenza di recidiva sono state inferiori nel gruppo sottoposto al regime alimentare mediterraneo: mortalità totale del 10% contro il 19% del gruppo di controllo; mortalità per malattia coronarica del 10% contro il 17% del gruppo di controllo ; incidenza di eventi coronarici del 25% contro il 41% del gruppo di controllo .
In Francia un altro studio comparativo randomizzato, pubblicato nel 1994 e condotto su 605 pazienti, tra uomini e donne, ha osservato i risultati di un regime alimentare mediterraneo in seguito ad infarto del miocardio. Dopo un follow-up di 27 mesi, la mortalità totale è stata inferiore nel gruppo sottoposto alla dieta mediterranea (1,3% per anno contro il 3% per anno del gruppo di controllo ), così come l’incidenza di eventi cardiovascolari gravi (1,3% per anno contro 5,6% per anno nel gruppo di controllo ).
A distanza di 10 anni un nuovo studio ha fornito risultati analoghi.
In conclusione, i risultati non siano ancora conclusivi, l’insieme dei dati raccolti suggerisce l’effetto protettore del regime alimentare di tipo ‘mediterraneo’ nella prevenzione cardiovascolare secondaria. Dal confronto indiretto, sembrerebbe che questo effetto equivalga o sia addirittura superiore a quello del trattamento con statine.
Si ritiene pertanto che, ai pazienti con storia di malattia coronarica, sia giusto proporre questo tipo di alimentazione, dal momento che sembra diminuire gli effetti indesiderati gravi e che è poco costrittiva.

Prokofiev

Qualche aneddoto della mia attività quotidiana, per sdrammatizzare un po' 15°


Signora, ha avuto affanno? : “ Non pozzo rifiatane”

Una volta, davanti ad una vecchietta, dissi alla figlia che la signora necessitava di una badante. La signora sentì e disse “ Dotto’, non le voglio le bagasce romene! ”

“Ho la gastrite infiammata cronica ”

“Oggi gli occhi me li sento come se avessi attraversato il deserto”

“Devo fare il cordler pressorio ”( Holter)

“Devo fare il doplex” ( doppler)

“CHE INTERVENTI HA FATTO?” : “La biopsia alla natura ”

“ Prendo Ananas ” (ANANASE)


Spero di avervi strappato qualche sorriso come sempre


Prokofiev





Avvistati nei pressi del ponte di Ariccia ( famoso per i suicidi) un gruppo di strani figuri, con sciarpe giallorosse al collo..


Concedetemi questa battuta oggi, e non me ne vogliano i cugini Romanisti.
Chi non è Laziale o Romanista difficilmente puo' comprendere cosa sia il derby della capitale, quale magia e quale atmosfera crei...l'immancabile sfottò con gli amici romanisti, le scommesse .
Il derby, di ieri poi, bellissimo in campo, ha rappresentato qualcosa di piu'. Il bel gesto del padre di Gabriele Sandri, la curva Nord che applaude capitan Totti, (la prima volta nella storia ), la calma sugli spalti.
Spero che questa sportività si ripeta anche per i prossimi derby .
Un amante del calcio.
Prokofiev

mercoledì 19 marzo 2008

Beta-carotene e fumo: un’associazione molto rischiosa


Il beta-carotene fa parte del gruppo dei carotenoidi, composti grasso-solubili naturalmente presenti in molti tipi di frutta e verdura, ad attività antiossidante. Alfa, beta e gamma carotene sono considerati provitamine in quanto convertibili nella forma attiva della vitamina A.
Il beta-carotene è una sostanza presente, oltre che negli integratori alimentari, anche in diverse specialità medicinali sia come principio attivo, in relazione alle sue proprietà antiossidanti, che come eccipiente.
Diversi studi hanno evidenziato un aumento del rischio di insorgenza di tumore polmonare, ma anche di tumore della prostata, adenoma colon-rettale, mortalità da patologia cardiovascolare e mortalità globale, in forti fumatori che assumevano beta-carotene.

Gli studi clinici che hanno evidenziato questa associazione sono diversi, ed i piu’ importanti sono:
• lo studio ATBC (Alpha-Tocopherol, Beta-Carotene Cancer Prevention Study)
• Lo studio CARET (Beta-Carotene and Retinol Efficacy Trial)
• Uno studio epidemiologico di tipo prospettico è stato condotto su una coorte di circa 60.000 donne francesi; lo studio è partito nel 1994 e dopo una mediana di follow-up pari a 7,4 anni, 700 donne hanno sviluppato un tumore correlabile al fumo. Sono state raccolte informazioni sulla dieta, supplementi vitaminici e abitudine al fumo per mezzo di questionari consegnati alle pazienti all’inizio dello studio. I risultati hanno evidenziato che somministrazioni di beta-carotene sono correlate ad una riduzione del rischio di tumori nelle non fumatrici, mentre nelle fumatrici il rischio aumenta. I rischi evidenziati dallo studio sono dose-dipendente.

Altri studi, di seguito riportati, non hanno supportato invece l’evidenza dell’aumento del rischio correlata alle supplementazioni di beta-carotene in popolazioni a rischio, pur concordando sulla mancanza di efficacia e di prevenzione di tali integrazioni vitaminiche.

Il meccanismo sottostante l’associazione tra supplementazione di beta-carotene (alte dosi giornaliere per anni) e l’aumento di tumori e mortalità cardiovascolare non è chiaro, anche se varie ipotesi suggestive sono state avanzate sulla base di sperimentazioni animali (effetto ad opera del beta-carotene di induzione degli enzimi del citocromo P450 con aumento dei cancerogeni da fumo) . Rimane ancora da chiarire quale sia la dose a cui il beta-carotene può promuovere carcinogenesi nei fumatori. Gli esperti americani concludono suggerendo di non superare la dose di 7 mg/die di beta-carotene per la popolazione generale (anche i non fumatori).
Nonostante le evidenze di letteratura non associno alle supplementazioni di beta-carotene un effetto di tipo protettivo nella riduzione del rischio di cancro e delle malattie cardiovascolari, va ricordato come diversi studi, inclusi alcuni sotto studi dell’ATBC, abbiano evidenziato il ruolo positivo dell’assunzione di cibi contenenti beta-carotene, così come altre sostanze con capacità anti-ossidante, per la salute. Al contrario l’uso dei supplementi contenenti sostanze anti-ossidanti (beta-carotene, vitamina A, E, C, selenio) si è complessivamente rivelato inefficace quando non nocivo.
In Italia vi è un’unica specialità autorizzata all’immissione in commercio, contenente beta-carotene come principio attivo: il Mirtilene . Questo farmaco è quindi sconsigliato nei forti fumatori.
Il Ministero della Salute suggerisce attualmente di inserire una controindicazione all’uso per i forti fumatori nelle etichette degli integratori alimentari contenenti beta-carotene.

Prokofiev

martedì 18 marzo 2008

la legge Sirchia sul fumo ha dato buoni frutti



Ricordo con piacere quel giorno . Appresi che che dopo tanti anni sarei potuto tornare di nuovo nei locali, nei pub, senza timore di dover scappare dopo qualche minuto con gli occhi arrossati, pieni di lacrime ed i vestiti che puzzavano.
Un grande segno di civiltà, anche se trovo assurdo che sia servita una legge per applicare un puro senso civico. Penso infatti alla presenza dei bambini nei locali, le donne in gravidanza, gli asmatici.
Il Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute (Cnesps) dell’Istituto superiore di sanità ha avviato uno studio di monitoraggio dopo l'entrata in vigore della legge . La ricerca è stata avviata con lo scopo di valutare gli effetti pre e post entrata in vigore della legge in un quadro multi-regionale . SOno stati intervistati gestori di locali ed utenti.

Comportamento dei loro clienti riguardo al fumo prima dell’entrata in vigore della legge .

Il 68% ha dichiarato che prima del 10 gennaio 2005, almeno la metà dei loro clienti erano fumatori (il 71% di quelli con bar e il 64% di quelli con ristoranti, pizzerie e pub; p=0.005). La maggioranza (72%) ha riferito che nell’ora di punta in un locale come il loro, i non fumatori sembravano infastiditi dal fumo, e il 41% ha dichiarato che, nel mese precedente l’entrata in vigore della legge, ha avuto qualche volta o frequentemente delle lamentele per la presenza di fumo nel locale da parte di clienti non fumatori.

Effetti della legge sul comportamento dei gestori
Uno degli effetti più importanti della nuova legge sembra essere stato proprio quello sul comportamento dei gestori stessi. Tra i 756 che fumavano, quasi l’80% ha ridotto il numero di sigarette fumate o ha dichiarato di aver smesso, e solo il 24% continua a fumare come prima.
Effetti sull’attività economica, secondo la percezione dei gestori
Questa era una delle principali preoccupazioni da parte dei gestori, anche se un effetto negativo non è mai stato provato negli altri paesi in cui una legislazione simile è stata messa in atto. Anche tra i gestori intervistati, comunque, solo il 12% ha dichiarato di aver subito effetti significativi e il 25% effetti lievi. La maggioranza (55%) ritiene che non ci sia stata nessuna implicazione economica o un aumento lieve negli incassi. Questi risultati, tuttavia, variano a seconda del tipo di locale, e sono più frequentemente i gestori di bar a ritenere di aver subito una lieve perdita.

L’entrata in vigore della legge sul fumo sembra quindi aver prodotto dei cambiamenti di rilievo. In primo luogo, nei locali visitati, quasi nessuno stava fumando, e persino l’odore di fumo era completamente assente tranne che in pochi casi. Sembra che la maggior parte dei fumatori si siano prontamente adeguati alla legge e solo pochi gestori riportano di aver dovuto chiedere ai loro clienti di smettere di fumare. Un elemento di forte interesse riguarda il comportamento dei gestori che fumavano prima della legge: solo il 24% ha mantenuto lo stesso livello di sigarette, mentre il 42% dichiara di fumare molto meno o di avere smesso.E’ importante sottolineare che uno degli effetti più temuti dai gestori, e cioè il calo dell’attività economica, non si è verificato nella maggioranza dei casi: solo il 12% degli intervistati ha riportato una perdita significativa e un 25% ha riportato una perdita lieve.

Saranno necessarie ulteriori conferme, ma il trend positivo dimostra che questa legge ha portato benefici in termini di prevenzione ( la riduzione di eventi cardiovascolari è stata evidente in tutti i Paesi in cui è stato applicato il divieto di fumo nei locali).


Prokofiev

Il prurito: un sintomo banale, ma che non va mai sottovalutato


Il prurito è un sintomo aspecifico, quasi sempre sottovalutato dai pazienti e dai medici ( basti ricordare la storia autobiografica di nanni Moretti riportata in Caro Diario).
Il prurito, come il dolore è considerato uno stimolo nocicettivo; è correlato alla risposta motoria del grattamento da un riflesso spinale, che può essere inibito da centri corticali. Il prurito origina dalla cute e non dai visceri e in ciò si differenzia dalla sensibilità dolorifica. Il solletico è una sensazione intermedia tra il prurito ed il dolore.
Lo sviluppo del prurito è legato all'innervazione della cute:diverse strutture recettoriali conducono la sensazione di prurito, principalmente attraverso le fibre polimodali A e C. Tali strutture sono: Recettori tattili [dischi di Merckel,nervi dei peli, corpuscoli pressori di Meissner, corpuscoli di Pacini e corpuscoli di Golgi], Recettori termici [corpuscoli di Krause per il freddo, e di Ruffini per il caldo] e Recettori dolorifici corrispondenti alle terminazioni nervose libere. Stimoli elettrici o chimici inducono la depolarizzazione della membrana di tali recettori iniziando così la propagazione dell'impulso nervoso. I mediatori responsabili di ciò sono ISTAMINA, SEROTONINA, POLIPETIDI (Es. sostanza P), KININE e PROSTAGLANDINE. Altre sostanze come i SALI BILIARI possono agire sia indirettamente tramite i suddetti mediatori (prob. liberazione di istamina) sia direttamente influenzando le strutture nervose della cute.
La causa del prurito può essere dermatologica (pruritus cum materia) oppure internistica (pruritus sine materia).


CAUSE DERMATOLOGICHE
L'esame obiettivo cutaneo mostra solitamente le lesioni secondarie al grattamento (escoriazioni lineari ricoperte da croste, a volte impetiginizzate [croste giallastre = sovrinfezione microbica] localizzate nelle zone più facilmente raggiungibili), che possono essere talmente diffuse da mascherare la lesione primaria.
Un criterio utile nella diagnosi differenziale può essere quello dell'intensità del prurito:
- DERMATOSI ASSOCIATE A PRURITO MOLTO INTENSO, con evidenti lesioni da grattamento:
Eczema (specie quello atopico), micosi (specie quelle di origine animale),infestazioni parassitarie (scabbia, [classicamente il prurito è prevalentemente notturno, scatenato dal tepore delle coltri e di solito risparmia il volto],pediculosi), micosi fungoide.
Senza evidenti lesioni da grattamento: lichen ruber planus, orticaria (in queste affezioni il prurito è molto intenso ma di solito la cute è energicamente sfregata, ma non graffiata).
Caratteristico il comportamento del prurito nell'ORTICARIA PAPULOSA (prurigo simplex subacuta):le lesioni elementari sono severamente grattate dopo di chè il prurito cessa improvvisamente. Pertanto sono visibili lesioni severamente grattate, emorragiche ricoperte di croste, ma non escoriazioni lineari.
- DERMATOSI ASSOCIATE A PRURITO MENO INTENSO: la forma più importante è rappresenta dall'ECZEMA ASTEATOSICO, cioè secondario a secchezza cutanea (favorita dall'uso di saponi eccessivamente "sgrassanti" o da docce molto frequenti); simile nella patogenesi è il prurito senile, dipendente dalla diminuzione delle ghiandole sebacee che si verifica nell'anziano: può essere più accentuato in inverno (prurito hiemalis), quando l'umidità ambientale è bassa. Prurito acquagenico (dopo bagno in mare, da allergia a microrganismi presenti nell'acqua di mare), orticaria factitia da vasolabilità: lo sfregamento (vestiti, asciugamani) può essere sufficiente ad evocare dermografismo urticato pruriginoso.
Altre dermatosi: dermatite seborroica, raramente la psoriasi (spec. durante le fasi eruttive o durante trattamento con derivati del catrame o PUVA-terapia), raramente la pitiriasi rosea del Gibert (spesso secondario a trattamenti incongrui), dermatite erpetiforme (prurito urente), pemfigoide bolloso, herpes gestationis, impetigo contagiosa, fotodermatite, mastocitosi, prurito delle gravide (insorge nel III trimestre e verosimilmente dovuto a ritenzione di sali biliari), Acantosi nigricans (s.paraneoplastica).


CAUSE INTERNISTICHE
# INFESTAZIONI: Ascariasi, Oncocercosi, Trichinosi, Elmintiasi in genere
# M. DEL SISTEMA NERVOSO: Acarofobia (rara s.paranoide,donne), Prurito senile, Sclerosi multipla
# M. DEL FEGATO: Epatopatie con stasi biliare, cirrosi biliare primaria, metastasi epatiche
# GRAVIDANZA (17% di tutte le gravidanze)
# M. RENALI: Insufficienza renale cronica (ca. 30% dei pz)
# FARMACI
# M. ENDOCRINE: Iper- e Ipotiroidismo, Diabete mellito (spec. arti inf. e anogenitale), Carcinoide
# M. DEL SANGUE: Anemia, Policitemia (15-30' dopo bagno o doccia caldi), Paraproteinemie, Linfomi*, Leucemie
# NEOPLASIE: Polmone, pancreas, stomaco, mammella, colon, prostata.
* Nel M. di HODGKIN il prurito può precedere l'esordio clinico della malattia di mesi e tende ad iniziare dalle gambe. E' incredibilmente intenso e a volte parossistico (il pz si gratta durante la visita medica e presenta escoriazioni cutanee) e resistente a ogni trattamento farmacologico. Spesso è presente anche iperpigmentazione.

Cosa valutare?
- Da quanto tempo è insorto
- Se è prevalentemente notturno (Scabbia)
- Se altri in famiglia hanno lo stesso problema (Parassitosi)
- Se sia diffuso o localizzato **
- Se sono presenti lesioni cutanee
- Se segua una stagionalità (eczema asteatosico, > freq. d'INVERNO)
- Se peggiora dopo un bagno od una doccia caldi (Policitemia)
** DIFFUSO: cause internistiche
LOCALIZZATO:
-- Spazi interdigitali, polsi (sup.flessoria), gomiti (sup.esterna), p.anteriore cavi ascellari, areole mammarie, ombelico, genitali -->SCABBIA
-- Sup. flessorie, zone retroauricolari -->DERMATITE ATOPICA
-- Sup. estensorie, glutei --> DERMATITE ERPETIFORME
-- Arti inferiori, aree anogenitali --> DIABETE MELLITO
-- PEDICULOSI (RICERCARE UOVA E PARASSITI nelle sedi di predilezione)
-- PUNTURE DI ARTROPODI: papule eritematose con foro centrale.


In caso di prurito persistente ed incoercibile è sempre bene consultare un medico, il quale comincerà uno screening apposito, per escludere le varie possibilità.

Prokofiev

lunedì 17 marzo 2008

Farmaci contraffatti: un fenomeno che sta interessando anche l'Italia


Si tratta di un problema che sta assumendo dimensioni mondiali e ciò viene documentato da recenti dati divulgati dagli organismi di controllo internazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima al 6% la quantità di medicinali falsi presenti sul mercato mondiale. Soprattutto nei Paesi asiatici è in atto una diffusione di farmaci contraffatti di enormi proporzioni.
Nell'Asia sudorientale il 53% degli antimalarici acquistati è falso, e il fenomeno interessa anche altri farmaci salva-vita come la tubercolosi, l'Aids, la meningite. Gli esperti sono in allarme: i prodotti falsi sono sempre più sofisticati, identici all’originale non solo nella confezione, ma anche nel blister e nel bugiardino. Sempre secondo l’Oms, fare una stima delle persone che ogni anno in tutto il mondo muoiono a causa di farmaci falsi è difficile: il numero potrebbe superare i ventimila decessi. "L'impatto sulle vite umane è devastante", ha dichiarato in una nota Howard Zucker, capo del settore tecnologico e farmaceutico dell'Oms; basti pensare che un quinto del milione di morti per malattia potrebbe essere evitato se i farmaci fossero autentici e assunti in modo corretto.Ciò che preoccupa gli esperti non è solo la diffusione di farmaci falsi, magari preparati in casa o in laboratori di fortuna, che contengono gesso o fluoro, innocui per la salute (anche se, naturalmente, senza alcuna efficacia nella cura delle malattie), ma anche il fatto che l’industria del farmaco falso sta assumendo proporzioni enormi anche in riferimento alle centrali di produzione dei farmaci, sempre più sofisticate, e alla composizione delle pillole: ad esempio, i finti antimalarici contengono principi attivi che abbassano la febbre e quindi danno l’impressione di essere efficaci.

Pero’ non si tratta quindi di un problema circoscritto alle vendite di farmaci nei paesi in via di sviluppo; al contrario si è rivelato essere diffuso anche nelle reti dei paesi occidentali, che fino ad oggi erano ritenute pressoché immuni dal problema. Lo dimostrano i recenti sequestri di statine contraffatte nelle farmacie del Regno Unito.
In Italia, il fenomeno sembra essere limitato alle tipologie di farmaco che arrivano ai pazienti attraverso reti parallele e illegali, o attraverso l’acquisto via internet.
Infatti è bene ribadire che non ci sono garanzie sui medicinali acquistati on-line su siti esteri, tanto più che nel nostro paese la vendita di medicinali via internet è espressamente vietata. Non c’è ovviamente modo di certificare gli anabolizzanti (o presunti tali) che alcune palestre diffondono in segreto, fuori da ogni controllo medico o farmaceutico. Per queste attività, l’impegno delle nostre forze giudiziarie è comunque rilevante:
il solo Comando Carabinieri per la Tutela della Salute, nel periodo 2000/2006, ha sequestrato oltre un milione di fiale illegali provenienti dalle reti non controllate, contenenti farmaci di qualità non conforme agli standard.

Occorre quindi molta attenzione ai farmaci che si comprano via internet o tramite altre vie , piu’ o meno legali.

Prokofiev

Genitori Italiani non sempre attenti ed integerrimi


Le mamme ed i papà d’Italia sono sicuramente attenti alla prevenzione della salute dei loro figli, ma commettono ancora troppi errori e spesso sono negligenti.
Sebbene infatti la maggior parte dei bambini piccoli venga sottoposto regolarmente alle vaccinazioni obbligatorie e venga alimentato secondo una dieta piuttosto equilibrata, ben il 21% è trasportato in automobile senza essere posizionato nel seggiolino previsto dalle regole di sicurezza e, dato ancor più significativo, ben il 52% è costretto a respirare il fumo passivo dei propri genitori. Inoltre, ancora troppe poche mamme sono a conoscenza del fatto che adagiando il neonato a pancia in su per dormire si riduce del 50% il rischio di morti improvvise in culla.

Questo è il quadro che emerge da un progetto coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità ed effettuato da tutte le Regioni e Province Autonome italiane. L’obiettivo primario dell’indagine era di stimare la proporzione di bambini nel secondo anno di vita adeguatamente vaccinati e di indagare altri indicatori importanti per lo stato di salute dei bambini nei primi anni di vita. In particolare, è stata valutata la prevalenza e la durata dell’allattamento al seno, l’uso dei seggiolini di sicurezza per le macchine, l’esposizione al fumo passivo, le abitudini alimentari e la conoscenza della SIDS (morte improvvisa del lattante) e delle misure per prevenirla.

I genitori italiani sanno inoltre quali sono le buone abitudini alimentari per preservare la salute, ma non sono in grado di trasmetterle ai figli. È quanto emerge da un’indagine Astra/Demoskopea sull’alimentazione in famiglia.
L’indagine italiana mette in evidenza che mamma e papà sono consapevoli delle cattive abitudini alimentari dei propri figli ma non sanno come fare per porvi rimedio. Il 70 per cento dei genitori riferisce un’ingovernabilità dei figli a tavola fin dalla prima infanzia, fatta di rifiuto dei cibi preparati in cucina a favore di cospicui fuori pasto a base di alimenti lavorati industrialmente e bevande gassate ipercaloriche. Questo fenomeno si fa ancora più consistente all’ingresso nella scuola dell’obbligo, quando patatine, merendine e snack diventano i comodi e veloci protagonisti di colazioni e merende fuori casa.
Non si tratta solo di un problema di “ignoranza”, cioè di mancanza di informazioni adeguate ad affrontare questi problemi: anche nel ceto medio e medio alto della popolazione, con un livello culturale maggiore, ci sono gli stessi problemi. Si tratta in generale di genitori accondiscendenti, che fin dalla prima infanzia assecondano i desideri dei figli e che, presi dai ritmi frenetici della vita quotidiana, vanno incontro al consumo di alimenti confezionati e pronti, a discapito a volte di quelli freschi e da cucinare. Costituiscono i due terzi delle mamme e dei papà italiani.

Sicuramente essere genitore è molto difficile, ma è un dovere salvaguardare la salute dei propri figli, non fumando mai davanti a loro, ed educandoli a mangiare bene sin da piccoli.

Prokofiev

domenica 16 marzo 2008

Aulin (nimesulide) ancora campione di incassi: ma è bene sapere alcune cose


La nimesulide è un antinfiammatorio non steroide non selettivo (FANS). E’ indicata per il trattamento del dolore acuto (breve termine), per il trattamento sintomatico dell’osteoartrite dolorosa e della dismenorrea primaria (dolore periodico).
Un fenomeno che non ha pari negli altri paesi è la 'passione' per questo farmaco, che fino all'ultimo allarme deteneva in Italia il primato assoluto nelle vendite degli antinfiammatori, con una fetta di mercato superiore al 50 per cento.
Dai dati della Rete nazionale di farmacovigilanza risulta che i 25 milioni di confezioni di nimesulide vendute ogni anno in Italia, per lo più in bustine prese con leggerezza al primo starnuto o a un accenno di mal di testa, per i dolori mestruali o la lombalgia, hanno provocato anche nel nostro Paese non pochi effetti collaterali: dal 2001 a metà del 2007 le segnalazioni di possibili reazioni avverse sono state più di 700, la metà delle quali considerate gravi. Nello stesso periodo i decessi sarebbero stati solo sul territorio nazionale una ventina. Eppure per molti italiani, ignari che il provvedimento fosse già stato preso da tempo anche in Finlandia e Spagna, la notizia che la nimesulide era stata ritirata in Irlanda dopo alcuni casi letali è stata una doccia fredda. L'Aifa, dopo aver soppesato rischi e benefici, ha deciso di mantenerla sul mercato: può essere usata, ma solo su indicazione specifica del medico, che di volta in volta ne valuta la necessità e l'assenza di possibili altri fattori di rischio come l'abuso di alcol o la concomitante assunzione di farmaci che possono danneggiare il fegato. Gli stessi produttori raccomandano che non venga preso, come di solito accade, per il trattamento di febbre e sintomi influenzali e che non si superino i 100 mg. al giorno.
L’Agenzia Europea dei Medicinali (EMEA) ha concluso la revisione relativa alla sicurezza epatica della nimesulide. Il Comitato per i medicinali ad uso umano (CHMP) ha concluso che i benefici delle formulazioni sistemiche dei medicinali contenenti nimesulide superano ancora i loro rischi, ma che è necessario limitare l’uso di questi medicinali al fine di assicurare che il rischio dei pazienti di sviluppare problemi epatici sia minimo.
I medicinali contenenti nimesulide sono in commercio dal 1985 e sono autorizzati in diversi Stati Europei . Sono disponibili solo su prescrizione. Quando fu immessa nel mercato la nimesulide era indicata per il trattamento di un’ampia gamma di condizioni; ma dal 2002, sono emerse delle problematiche inerenti l’epatotossicità del farmaco che hanno reso necessario una revisione del suo profilo di sicurezza da parte del CHMP2. Nell’aprile 2004, la conclusione di tale revisione ha portato alla restrizione d’uso della nimesulide per le tre condizioni sopra citate limitando la massima dose giornaliera a 100 mg due volte al giorno. L’uso della nimesulide è stato, inoltre, controindicato in pazienti con problemi epatici e medici e pazienti sono stati informati riguardo al rischio di gravi problemi epatici associati all’assunzione del farmaco. Così come per tutti gli antidolorifici, è stata aggiunta l’avvertenza di utilizzare la nimesulide per il più breve tempo possibile. Inoltre, le aziende produttrici di nimesulide sono tenute a fornire alle Autorità regolatorie di ogni Stato Membro rapporti periodici riguardo qualsiasi effetto indesiderato a livello epatico.

Nel maggio 2007, l’Agenzia regolatoria irlandese ha deciso di sospendere la commercializzazione dei medicinali contenenti nimesulide in seguito alle segnalazioni di gravi effetti indesiderati a livello epatico. Per tale ragione, questi farmaci sono stati ritirati dal mercato irlandese. I dati a supporto di tale decisione derivano dalla raccolta di tutte le segnalazioni pervenute all’ l’Agenzia regolatoria irlandese dal 1995 al febbraio 2007.
Nel corso dell’ultima rivalutazione, il CHMP ha analizzato tutte le informazioni disponibili sulla sicurezza della nimesulide; in particolare, gli effetti indesiderati a livello epatico, i dati di consumo e i possibili meccanismi d’azione e i fattori di rischio responsabili del danno epatico.

Sulla base delle informazioni disponibili, il CHMP ha concluso che:
• esiste un rischio di epatotossicità nei pazienti che assumono nimesulide ma il profilo complessivo di sicurezza del farmaco non cambia rispetto alla rivalutazione del 2004;
• la sospensione della nimesulide potrebbe portare a una diminuzione del numero di ospedalizzazioni legate a problemi epatici ma potrebbe anche determinare un aumento del numero di ospedalizzazioni dovute a effetti gastrointestinali associati all’uso di altri FANS;
• poiché la maggior parte degli effetti indesiderati epatici insorgono dopo due settimane di trattamento, la terapia con nimesulide deve essere limitata ad un massimo di 15 giorni;
• i benefici delle formulazioni sistemiche di nimesulide superano ancora i rischi, ma il loro uso deve essere limitato a causa dell’epatotossicità;
• il medico deve prescrivere la nimesulide in seguito ad un’attenta valutazione dei rischi complessivi del singolo paziente.
Il CHMP conclude che i dati disponibili non sostengono la sospensione dal mercato europeo della nimesulide. Comunque raccomanda il ritiro dal mercato di tutte le confezioni contenenti più di 30 dosi (compresse o bustine) in relazione alla limitazione sulla durata di trattamento di 15 giorni. Il Comitato sottolinea la necessità di modificare le AIC, variando le informazioni rivolte ai medici e ai pazienti per limitare il rischio di danno epatico.
Quali sono le raccomandazioni per i pazienti e i medici?
• I pazienti che assumono nimesulide in formulazioni sistemiche non devono superare i 15 giorni di terapia.
• I medici devono limitare le loro prescrizione di medicinali contenenti nimesulide ad un massimo di 15 giorni di terapia e solo in seguito ad un’attenta valutazione dei rischi complessivi del singolo paziente.
• Medici e pazienti devono essere consapevoli della possibilità di insorgenza di problemi epatici.
• Per qualsiasi dubbio i pazienti devono rivolgersi al medico o al farmacista.

Prokofiev

Allergia ai pollini. Un disturbo puntuale. Alcuni consigli



Basta essere soggetti allergici, e in certi periodi dell’anno, se non sempre, la rinite diventa una croce da portare fin dalle prime ore del mattino.
A differenza dell'allergia agli acari, che non conosce soste nel corso dell'anno, l'allergia ai pollini ha andamento tipicamente stagionale: i sintomi (raffreddore, asma, tosse) si manifestano solo in un determinato periodo dell'anno, quello cioè corrispondente alla fioritura della pianta cui il polline appartiene. Il caso più frequente è quello dell'allergia alle graminacee (erbe la cui fioritura avviene nel periodo da fine aprile a fine settembre) ma negli ultimi tempi si è assistito ad un progressivo aumento delle allergie ai pollini di altre specie vegetali. E' il caso di alberi cosiddetti "a fioritura precoce" (da gennaio a marzo), come betulla, nocciolo, carpino, ma anche di altre piante, come l'ambrosia (la cui allergia si è andata diffondento a partire dalle zone vicino agli aeroporti, dove l'erba è stata trasportata, è il caso di dirlo, "per via aerea").
Tecnicamente, la rinite è l’infiammazione delle mucose nasali provocata dalla risposta del sistema immunitario al contatto con una proteina esogena che viene riconosciuta come allergene. La reazione è provocata dai cosiddetti mediatori infiammatori come istamina, chinine, triptasi, chimasi ed eparina, e da una risposta mediata dall’immunoglobulina E (IgE). La reattività agli allergeni ha una componente genetica e, nei soggetti predisposti, l’esposizione a queste sostanze, attraverso le vie respiratorie, porta a una sensibilizzazione di tipo allergico. Ciò comporta la produzione di IgE specifiche anti-allergene che vengono esposte sulla superficie di alcune cellule del sistema immunitario presenti nella mucosa nasale. Quando l’allergene, per esempio un polline, viene inalato lega le IgE provocando il rilascio dei mediatori contenuti nelle cellule immunitarie e scatenando la reazione infiammatoria.



Alcuni consigli per i soggetti allergici:
All'aperto:
Limitate le uscite soprattutto nei giorni soleggiati, caldi (25-30°C), con lieve brezza e tempo asciutto
Evitate i prati e i giardini dove stanno tagliando l'erba o dove è stata appena tagliata
Evitate di uscire subito dopo un temporale (la pioggia rompe i granuli di polline in frammenti più piccoli che raggiungono facilmente le vie aeree più profonde)
Praticate sport preferibilmente in luoghi chiusi (palestre, piscine coperte)
Viaggiate in auto preferibilmente con i finestrini chiusi. Dotate l'automobile di un sistema di filtri per pollini, e ricordatevi di cambiarli regolarmente
Evitate di posteggiare l'auto sotto gli alberi, e in prossimità di giardini e prati
Non piantate nel vostro giardino alberi con pollini trasportati dal vento (come cipresso, betulla, nocciolo, carpino, ontano, olivo, faggio); preferite invece piante con impollinazione mediata da insetti (tiglio, ippocastano, robinia). Estirpate eventuali erbe infestanti.

In casa:
Fate la doccia e lavate i capelli ogni sera (poichè i granuli di polline possono rimanere tra i capelli e depositarsi sul cuscino, da dove vengono inalati durante il sonno)
Ricordatevi che gli animali domestici possono diventare a loro volta rasportatori di pollini tramite il pelo
Circa il 25% dei soggetti allergici ai pollini possono presentare disturbi immediati alla bocca (bruciore, prurito, gonfiore), o più tardivi in altre sedi, con l'assunzione di alcuni tipi di frutta e di verdura, quali, ad esempio, mela/pera/banana in caso di allergia a Betullacee, sedano/melone alle Composite, basilico/piselli alla Parietaria, melone/anguria/pomodoro alle Graminacee. In queste situazioni, quindi, attenzione alla dieta.
Seguite le indicazioni del medico circa l'uso dei farmaci per prevenire e curare le manifestazioni allergiche

Calendario dei pollini
E' necessario imparare a conoscere le piante e le erbe che liberano i pollini a cui si è sensibilizzati, e i relativi periodi di fioritura. L'andamento della concentrazione pollinica nell'aria varia considerevolmente a seconda del periodo dell'anno, del tipo di polline e della zona in cui si vive. Per questo esistono i calendari dei pollini, di solito realizzati da enti locali (ASL, Ospedali, ecc.), ma disponibili anche sul web (ad esempio su http://www.pollinieallergia.net/ e http://www.blogger.com/://www.re-actine.it) che forniscono anche dati aggiornati in tempo reale sulla concentrazione dei pollini nella vostra zona e "previsioni" a breve termine che possono consentirvi di personalizzare la gestione della vostra allergia.




Prokofiev

Polipillola o dieta Polymeal? Una alternativa naturale per ridurre i fattori di rischio cardiovascolari


Nel 2003 nacque il concetto di Polipillola , proposto da Wald e Law. I due studiosi hanno selezionato sei componenti farmacologici che, modificando i diversi fattori di rischio per le patologie cardiovascolari, potrebbero ridurre, almeno dell’80%, tali patologie tra la popolazione. In generale, la comunità medica ha ben accolto il concetto di Polipillola ma ha messo in discussione i potenziali effetti avversi e i costi dell’intervento.
Nacque per questo uno studio, pubblicato nel 2004 sulla rivista BMJ ,con l’obiettivo di definire un’alternativa alla Polipillola, non farmacologica, più sicura e indubbiamente più gustosa, il Polymeal. Sono stati calcolati i potenziali effetti del Polymeal in termini di aspettativa di vita totale e aspettativa di vita con o senza patologia cardiovascolare .
Gli alimenti che hanno risposto ai criteri e sono stati prescelti per essere inclusi nel Polymeal sono: vino, pesce, cioccolato amaro, frutta, verdura, mandorle e aglio.
Dalla letteratura pubblicata in materia sono state ottenute preziose informazioni sui benefici di interventi con i diversi alimenti sopra menzionati . Risulta che il consumo quotidiano di 150 ml di vino riduce le patologie cardiovascolari del 32% (IC 95%: 33-41). Il pesce (114 g) consumato 4 volte a settimana riduce le stesse malattie del 14% (8-19)5 Per quanto riguarda il consumo di cioccolato, frutta e verdura, mandorle e aglio, sono stati rilevati dati relativi a una modificazione dei
fattori di rischio per patologie cardiovascolari. Cento grammi di cioccolato amaro consumati giornalmente riducono la pressione sistolica di 5,1 mm Hg e diastolica di 1,8 mm Hg; simili riduzioni della pressione sanguigna corrispondono a una riduzione di eventi cardiovascolari del 21% (14-27). Un totale di 400 g di frutta e verdura consumati giornalmente consentono una riduzione della pressione sanguigna simile a quella osservata con il cioccolato (4,0 mm Hg per la pressione sistolica e 1,5 mm Hg per quella diastolica). Il consumo quotidiano di aglio riduce le concentrazioni di colesterolo totale di 0,44 mmol/l (17,1 mg/dl) . Per il Polymeal sono stati selezionati 2,7 g/die di aglio fresco. Il consumo di 68 g/die di mandorle consente una riduzione del colesterolo totale (10 mg/dl) equivalente alla metà di quella osservata con l’aglio.
Gli effetti del Polymeal sono stati applicati alla popolazione del famoso studio epidemiologico Framingham.
La combinazione di tutti gli ingredienti del Polymeal potrebbe ridurre le malattie cardiovascolari del 76% (IC 95%: 63-84) . Mentre non è certo se aumentando la quantità di ogni singolo ingrediente
si aumenta l’effetto del Polymeal, diminuendo la quantità di questi stessi ingredienti si potrebbero ridurre gli effetti di tale combinazione di alimenti. Ad esempio, l’omissione di vino dal Polymeal ha l’effetto più significativo nella riduzione del rischio di malattie cardiovascolari (dal 76% al 65%). Escludere ogni altro ingrediente ha un effetto minore: si ha il 73% di riduzione senza il pesce, il 70% senza cioccolato o frutta e verdura, il 68% senza aglio e il 73% senza mandorle.
L’effetto del Polymeal corrisponde ad un aumento dell’aspettativa di vita totale, dell’aspettativa di vita senza patologie cardiovascolari e a una diminuzione dell’aspettativa di vita con malattie cardiovascolari, sia negli uomini sia nelle donne . Non è stato riportato alcun effetto avverso grave. Per il consumo di aglio sono stati riportati eventi avversi quali dolori addominali, flatulenza, reazioni allergiche. Il consumo di pesce in quantità più abbondanti di quanto raccomandato nel Polymeal è invece legato ad un aumento delle concentrazioni di mercurio nel sangue, soprattutto se si tratta di pesce cane e pesce spada.
Il Polymeal , rispetto alla polipillola , risulta quindi un’alternativa non farmacologica sicura, efficace e gustosa per ridurre la morbilità cardiovascolare e aumentare l’aspettativa di vita nella popolazione generale, con un effetto positivo su uomini e donne con 50 anni di età . il Polymeal è una riflessione e contemporaneamente un suggerimento a condurre uno stile di vita sano ed equilibrato; consumare regolarmente e nella giusta quantità alimenti i cui benefici sono noti da tempo è il primo passo, anche se non l’unico, utile a prevenire il rischio di incorrere in patologie cardiovascolari.

Ovviamente saranno necessari altri studi ed altre valutazioni per comparare l'efffetto di questi alimenti alla terapia farmacologica in termini di prevenzione, ma ciò non toglie che il messaggio che traspare da questo studio è molto importante.

Prokofiev

sabato 15 marzo 2008

Quando sbaglia il paziente: la scarsa "Compliance" farmacologica



Si definisce compliance “l’aderenza di un paziente alle prescrizioni mediche, farmacologiche o non farmacologiche (dietetiche, di regime di vita, di esami periodici di monitoraggio)”.
La compliance per le prescrizioni non farmacologiche riguardanti lo stile di vita è bassa: circa il 30% degli individui rispetta i consigli dietetici, e circa il 10% dei fumatori che non hanno patologie degli organi-bersaglio del fumo smette di fumare dietro consiglio del medico. La compliance per le prescrizioni farmacologiche è attorno al 75% per i trattamenti brevi (per es.: antibiotici in una tonsillite), abbassandosi però a meno del 25% alla fine di un ciclo prescritto per 10 giorni . È generalmente stimata attorno al 50% per i trattamenti cronici , ma non è uguale per tutti i trattamenti, e inoltre anche nei pazienti che rimangono in trattamento esistono discontinuità e irregolarità di assunzione dei farmaci; cioè la compliance può essere incompleta, comunque anche in questo caso presumibilmente compromette gli effetti del trattamento .

Altri studi sul comportamento del paziente confermano che soltanto la metà dei pazienti che escono da uno studio medico con una prescrizione assume il farmaco secondo le direttive indicate. La spiegazione più comune addotta per la mancata adesione alle prescrizioni è la dimenticanza, la quale può essere più appropriatamente definita come rifiuto della malattia; la necessità di assumere un farmaco è infatti un costante richiamo al fatto di essere malati.
Le cause piu’ frequenti sono le seguenti:




Legate al paziente :
Incomprensione delle istruzioni della prescrizione - Dimenticanza Negazione della malattia o del suo significato Mancanza di fiducia nell'efficacia del farmaco Riduzione, variabilità o scomparsa della sintomatologia Timori sull'assunzione dei farmaci (p.es., effetti inde siderati, dipendenza) -
Preoccupazioni di natura economica - Apatia - Difficoltà materiali (p.es., a deglutire compresse o capsule, ad aprire flaconi, a seguire in ogni punto la prescrizione)
Legate al farmaco:
Effetti indesiderati (reali o supposti) - Complessità del regime terapeutico (p.es., somministrazioni frequenti, molti farmaci di versi) - Farmaci con aspetto simile - Odore o sapore sgradevole - Precauzioni poco gradite o troppo restrittive (p.es., eliminazione dell'alcol o dei formaggi)
I bambini sono meno portati degli adulti a seguire un piano terapeutico. In uno studio condotto su bambini con infezioni streptococciche per le quali era stato prescritto un ciclo di terapia penicillinica di 10 giorni, il 56% di essi ha interrotto l'assunzione del farmaco entro il terzo giorno, il 71% entro il sesto giorno e l'82% entro il nono giorno. La compliance è peggiore nel caso di malattie croniche che richiedono trattamenti complessi e prolungati (p. es., il diabete giovanile, l'asma). È possibile che i genitori non comprendano chiaramente le istruzioni contenute nella prescrizione e, secondo alcuni studi, 15 minuti dopo la visita dimenticano circa la metà delle informazioni fornite loro dal medico.
La mancata assunzione, sospensione o riduzione di dosaggio dei trattamenti, quindi le conseguenze di una compliance assente o incompleta, possono avere esiti sfavorevoli, e in taluni casi di malattie gravi e con trattamenti cronici salvavita, addirittura fatali. Ad esempio l’insufficiente aderenza ai trattamenti antipertensivi potrebbe essere responsabile del 50% dei casi di insufficiente risposta terapeutica, oppure l’abbandono delle statine in prevenzione secondaria aumenterebbe l’incidenza di eventi coronarici .
E’ quindi un compito difficile quello del medico , che deve valutare se l’insuccesso terapeutico è dovuto alla scarsa compliance, perché i pazienti spesso mentono o non rivelano la sospensione del farmaco.

Prokofiev

Uso sempre crescente di antidepressivi in Italia: moda, prescrizione facile o reale necessità?


Le vendite di questi farmaci sono in continuo aumento; numeri da capogiro per una industria che propone una gran quantità di farmaci e spende ingenti somme per farli conoscere ai medici e, attraverso i mass-media, anche ai pazienti. Accanto ai vecchi farmaci "triciclici" già disponibili negli anni Sessanta si sono aggiunti nel tempo farmaci considerati più selettivi e meno tossici. Ne esistono per tutti i gusti: alcuni agiscono solo sulla serotonina, altri solo sulla noradrenalina, altri ancora su tutti e due i mediatori chimici. Le teorie correnti ritengono che l'aumento dei mediatori chimici sopra ricordati rappresenti il meccanismo d'azione attraverso cui si determina un miglioramento della depressione.

Come mai così tante vendite? La ragione è semplice: questi farmaci si utilizzano per trattare situazioni che nulla hanno a che fare con la depressione, una importante e grave malattia psichica che richiede adeguate terapie. Succede invece che si trattino con i farmaci anche gli "stati depressivi" che sono tutt'altra cosa. Se qualcuno perde una persona cara, viene licenziato dal posto di lavoro, si trova in difficoltà economiche, è chiaro che non può essere felice e che si senta in condizioni di difficoltà. Tuttavia questo è un evento della vita, una situazione che non ha nulla a che fare con la medicina. Anziché assumere farmaci si dovrebbe attingere alle proprie risorse interiori, alle proprie energie per superare il momento critico. L'assunzione di farmaci antidepressivi può addirittura essere negativa, diminuendo le nostre capacità di reazione.
Se si manifesta al medico una situazione di depressione, se ci si sente "un po' giù", i medici meno interventisti prescriveranno un integratore alimentare a base di vitamine, mentre molti medici interventisti sceglieranno uno dei tanti farmaci antidepressivi disponibili sul mercato. Se non lo farà il medico è probabile che un amico o un parente consigli di fare quello che "ha fatto bene anche a me" porgendo magari la scatoletta di prodotto residuato dalla sua esperienza.
Sono realmente attivi questi farmaci antidepressivi? Indubbiamente l'opinione generale dei medici è positiva, perché la letteratura scientifica è positiva. In realtà da qualche anno alcuni ricercatori scientifici avevano messo in guardia gli addetti ai lavori dimostrando che sono i lavori scientifici positivi quelli che vengono pubblicati più facilmente, mentre quelli negativi rimangono nei cassetti. Alcune ricerche hanno mostrato che gli studi clinici controllati che riportano un risultato positivo hanno tre volte più probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli negativi. Questi inoltre vengono pubblicati in tempi più lunghi.
La FDA, l'organismo americano che si occupa delle registrazioni dei farmaci, ha mostrato che, se si valutano solo i lavori positivi, l'efficacia dei farmaci antidepressivi sembra molto più rilevante.

Statisticamente significativa ma clinicamente marginale, così è stata valutata la differenza di efficacia tra i farmaci antidepressivi e il placebo nella revisione degli studi clinici controllati, che è stata pubblicata da Plos Medicine. Un’affermazione decisamente non priva di peso che ha già sollevato risposte favorevoli e contrarie di psicologi e psichiatri.
Gli autori, coordinati da Irving Kirsch dell'Università di Hull, hanno raccolto tutti gli studi clinici di efficacia, pubblicati e non, richiedendoli direttamente alla Food and Drug Administration (FDA). Studi che sono stati realizzati e presentati per l’approvazione alla commercializzazione di farmaci come fluoxetina, venlafaxina, nefazodone, paroxetina, sertralina e citalopram, vale a dire i sei antidepressivi più prescritti, approvati tra il 1987 e il 1999. Ogni singolo studio ha fornito informazioni sull’efficacia della molecola contro un placebo, ma ulteriori informazioni si possono trarre dal confronto incrociato di tutti gli studi, vale a dire con le metanalisi. Kirsch e i suoi colleghi hanno messo in discussione le conclusioni finali che sono state portate a sostegno dell’uso clinico che si fa di queste molecole.
Andando a distinguere in base alla severità dei sintomi all’inizio dello studio, gli autori hanno appurato che, in effetti, nei casi più gravi l’efficacia era clinicamente significativa. Il resto dei casi, da lievi a moderati, secondo Kirsch non incontrava i criteri per giustificare la prescrizione di antidepressivi, o quanto meno non ci sono sufficienti evidenze a sostegno, a meno che trattamenti alternativi (psicoterapia, per esempio) risultino fallimentari nell’offrire benefici.
Un’ulteriore considerazione proposta dagli autori nasce dal confronto con altri farmaci controllati contro placebo: l’effetto placebo contro il dolore, per esempio, ottiene il 50% della risposta che si può ottenere con un antidolorifico. Nel caso degli antidepressivi l’effetto placebo è eccezionalmente grande in quanto ottiene più dell’80% dei risultati positivi raggiunti con il farmaco, anche nei casi di depressione moderata e grave, per poi diminuire con la severità dei sintomi.
Ancora luci ed ombre sicuramente. La mia opinione personale è che la depressione maggiore, vera e propria malattia, vada curata precocemente e per lungo tempo, mentre la cosiddetta "Depressione reattiva" va valutata caso per caso, eventualmente con tecniche alternative prima di ricorrere ai farmaci.


Le conclusioni sono molto semplici: non facciamo uso improprio di antidepressivi ed affidiamoci sempre allo specialista psichiatra, e non ai consigli degli amici e parenti .


Prokofiev

venerdì 14 marzo 2008

Additivi e coloranti: ancora dubbi ed incertezze. Prudenza nei soggetti allergici



Per additivo alimentare si intende "qualsiasi sostanza normalmente non consumata come alimento in quanto tale e non utilizzata come ingrediente tipico degli alimenti, indipendentemente dal fatto di avere un valore nutritivo, che aggiunta intenzionalmente ai prodotti alimentari per un fine tecnologico nelle fasi di produzione, trasformazione, preparazione, trattamento, imballaggio, trasporto o immagazzinamento degli alimenti, si possa ragionevolmente presumere che diventi, essa stessa o i suoi derivati, un componente di tali alimenti, direttamente o indirettamente" (Direttiva del Consiglio 89/107/CEE).
Uso e definizione sono stabiliti da leggi specifiche spesso modificate dal recepimento di normative europee che tendono a uniformare e standardizzare la qualità e la sicurezza di prodotti che girano liberamente tra un paese e l’altro. La legge italiana definisce gli additivi alimentari come sostanze prive di potere nutritivo aggiunte in qualsiasi fase della lavorazione, all’alimento o alla sua superficie per “conservarne nel tempo le caratteristiche chimiche, fisiche o fisico-chimiche, per evitarne l’alterazione spontanea o per impartire a essi, oppure per esaltarne favorevolmente, particolari caratteristiche di aspetto, di sapore, di odore, di consistenza” con un decreto del 31 maggio 1965. Una normativa europea del 1988 non si discosta di molto da questa linea. L’azione che svolgono sugli alimenti ne determina un raggruppamento in conservanti, antiossidanti, emulsionanti, stabilizzanti, addensanti e gelificanti, aromatizzanti, coloranti, correttori del pH. Per intendersi, senza alcuni di questi la marmellata sarebbe poco spalmabile, poco o troppo densa, il prosciutto non sarebbe rosso, le mele dopo pochi giorno inizierebbe a deteriorarsi, e i derivati del pistacchio sarebbero grigio-marrone e non verdi come l’omonimo colore nel immaginario collettivo. Gli additivi usati attualmente sono il risultato delle ricerca degli ultimi cent’anni, se ne aggiungono un centinaio ogni anno e quelli ammessi sono più di 2500, alcuni naturali, estratti da organismi animali o vegetali, altri di sintesi. Ognuno di essi ha un nome esteso della molecola abbinato a una sigla che inizia per E (che ne indica l’approvazione europea), e poi tre o quattro numeri, che ne indicano la sua funzione e quindi l’appartenenza a un gruppo.
Gli additivi alimentari più usati in Europa sono quelli che conservano la freschezza degli alimenti e ne impediscono il deterioramento, cioè conservanti e antiossidanti. I primi agiscono impedendo la proliferazione di microrganismi, impediscono al pane di ammuffire, al vino di fermentare, alle carni lavorate e conservate di contaminarsi con il botulino. Gli antiossidanti, invece, non fanno irrancidire i grassi e mantengono il colore della frutta e della verdura appena tagliata. Un altro gruppo di additivi molto diffusi sono quelli che intervengono sulle caratteristiche sensoriali, per rispondere più alle esigenze di mercato e dei consumatori, che del processo di produzione industriale. Per esempio, per mantenere uniforme la consistenza e impedire la separazione degli ingredienti in prodotti che normalmente non si amalgamano come margarina, creme ipocaloriche da spalmare, gelato, condimenti per insalata e maionese si aggiungono emulsionanti e stabilizzanti. Inoltre, per regolare la viscosità si usano gli addensanti come gelatina o pectina, tipici delle marmellate, per esaltare il sapore dei preparati salati è molto frequente trovare il glutammato monosodico. Infine si può intervenire sul colore: i coloranti sono utilizzati per aggiungere o ripristinare il colore in un alimento, perso durante la lavorazione industriale.




Vi sono state molte preoccupazioni da parte del grande pubblico sul fatto che gli additivi potessero avere effetti nocivi anche se accurate indagini dimostrano che tali convinzioni si basano più spesso su equivoci che su reazioni negative effettivamente identificabili. Soltanto in rari casi è stato dimostrato che tali sostanze provochino una vera risposta allergica (immunologica).




Tra gli additivi alimentari per cui sono state riscontrate reazioni vi sono:
I coloranti
In alcuni soggetti sensibili sono state osservate reazioni alla tartrazina (E102, un colorante alimentare giallo) e al carminio (E120 o cocciniglia rossa). I sintomi includono eruzioni cutanee, congestione nasale e orticaria, anche se l’incidenza è molto bassa (secondo le stime 1-2 persone su 10.000) e, raramente, reazioni allergiche IgE-mediate per il carminio. Sono stati riportati anche casi di asma provocata dalla tartrazina in soggetti particolarmente sensibili, seppure con un’incidenza estremamente bassa.
I solfiti
Tra le sostanze che possono causare problemi in soggetti sensibili vi è il gruppo dei cosiddetti solfitanti, che comprende vari additivi a base di solfito inorganico (E220-228), tra cui il solfito di sodio, il bisolfito di potassio e il metabisolfito, contenente biossido di zolfo (SO2). Questi conservanti vengono usati per controllare la crescita microbica nelle bevande fermentate e trovano largo impiego da oltre 2000 anni nel vino, nella birra e nei prodotti a base di frutta. Nei soggetti sensibili (asmatici), i solfiti possono scatenare asma, con difficoltà respiratorie, fiato corto, respiro affannoso e tosse.
Il glutammato monosodico (MSG) e l’aspartame
Il glutammato monosodico, o MSG, è composto da sodio e acido glutammico. Quest’ultimo è un aminoacido che di trova in natura negli alimenti ricchi di proteine, come le carni e i latticini, per esempio nel Camembert. L’MSG è anche un esaltatore di sapidità impiegato nei piatti pronti, in alcune specialità cinesi, nelle salse e nelle zuppe. L’MSG è stato "incriminato" di una serie di effetti collaterali tra cui mal di testa e formicolio, tuttavia gli studi scientifici non dimostrano alcun legame tra l’MSG e queste reazioni, suggerendo che i responsabili degli eventuali effetti negativi possano essere altri componenti del pasto o addirittura reazioni psicologiche.
Analogamente, l’aspartame, sostanza ad elevato potere dolcificante (ottenuta anch’essa da aminoacidi presenti in natura, ossia acido aspartico e fenilalanina) è stato accusato di molteplici effetti negativi, nessuno dei quali confermato da studi scientifici.
Se, per la maggior parte della gente, gli additivi alimentari non costituiscono un problema, pochi soggetti che soffrono di allergie specifiche possono essere sensibili ad alcune di queste sostanze. Anche quando provocano effetti negativi, sembra comunque che gli additivi alimentari accentuino una condizione preesistente piuttosto che scatenarla. Queste reazioni negative, che sono raramente di natura allergica, e la responsabilità degli alimenti o componenti alimentari, devono essere confermate da un professionista del settore sanitario o da un dietologo per evitare l’imposizione di inutili limitazioni dietetiche. Poiché tutti gli additivi alimentari sono chiaramente indicati sull’etichetta, i soggetti con specifiche sensibilità e che ritengano di avere una particolare sensibilità ad un additivo alimentare, facilmente sono in grado di evitare i prodotti che possono costituire un problema. E' consigliabile quindi prudenza nel selezionare gli alimenti negli allergici.
Negli anni 70, alcuni ricercatori avanzarono l’ipotesi che l’incremento del numero di bambini con problemi comportamentali fosse riconducibile ai cambiamenti intervenuti nell’alimentazione. L’idea che gli additivi alimentari, e in particolare i coloranti, potessero essere correlati all’iperattività suscitò grande interesse e molte controversie. Gli studi scientifici non hanno riscontrato alcuna associazione tra additivi alimentari, coloranti compresi, e problemi comportamentali o iperattività. Le prove raccolte dall’attuale letteratura scientifica non avvalorano in alcun modo l’adozione di una dieta di esclusione come terapia primaria per i problemi comportamentali.
E' notizua recente che gli esperti del Comitato sugli additivi alimentari (Afc) dell'Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare) stanno, infatti, riesaminando la sicurezza di tutti i coloranti per alimenti autorizzati nel vecchio continente. Un lavoro che terrà conto anche dell'allarmante studio britannico sul legame tra due mix di coloranti e un conservante, e l'iperattività nei bambini. Ma gli esperti dell'Efsa, incaricati dalla Commissione europea di valutare la ricerca per decidere il da farsi, oggi rassicurano i genitori. Dopo l'analisi dello studio dei ricercatori dell'Università di Southampton, il comitato conclude che i risultati non possono essere usati come base per modificare l'Adi (Acceptable Daily Intake, cioè la quantità di una sostanza che può essere consumata ogni giorno senza rischi per la salute) dei coloranti 'nel mirino' o del sodio benzoato.

In conclusione , vi sono ancora dubbi sulla reale pericolosità di tali sostanza, e sullo sviluppo di possibili allergie. Saranno necessari studi a lungo termine per rispondere a questi quesiti.


Prokofiev

giovedì 13 marzo 2008

Allergia da acari della polvere in costante aumento: qualche consiglio


Un particolare tipo di allergia, molto frequente in Italia è quella agli acari della polvere.
Gli acari , insieme agli insetti, da cui differiscono perchè hanno otto zampe e non sei, sono le specie viventi predominanti sulla terra. Se ne conoscono più di 50.000 specie diverse. Gli acari si fanno trasportare dalle correnti di aria all'interno dei locali, si attaccano ai vestiti o a grossi insetti (mosche e scarafaggi). Si nutrono di tutto ciò di organico che è presente in casa: forfora, peli, pelle desquamata (ognuno di noi ne perde sul letto 1 grammo al giorno). L'acaro è troppo grande per essere inalato così in profondità nelle vie aeree e per poter causare l'asma; in realtà l'allergia è provocata dalla inalazione delle particelle fecali dell'acaro grandi non più di pochi milionessimi di millimetro. Gli acari vivono a casa o in ambienti confinati perché qui trovano le condizioni ideali per potere crescere.
La manifestazione clinica dell'allergia agli acari è identica a quella della pollinosi. Si differenzia all'anamnesi, perché analizzando il periodo di apparizione si nota che non è il tipico estivo. Circa il 90% dei pazienti allergici alla polvere sono in realtà allergici agli acari in essa contenuti. La diagnosi viene eseguita con la stessa procedura evocata per le allergie da pollini, ma può essere arrichita dall'utilizzazione della metodologia del test scratch con campioni di polvere prelevata dal domicilio, in particolar modo da differenti posti (materasso, coperte, tappeti, moquette). Si potrà che vengono usati 3-4 volte all'anno nell'appartamento.
La pulizia del pavimento, dei mobili, dei tavoli e in generale di tutti gli oggetti inaccessibili alla polvere devono essere eseguite con un panno bagnato di un detergente comune a base di alcool oppure di un disinfettante comune . Si deve evitare assolutamente di spolverare o spazzare a secco; oltre a non asportare la polvere questa viene immessa nell'aria e si favorisce una maggiore inalazione di particelle. Esimersi inoltre dall'utilizzo di prodotti per mobili che ostacolano il depositarsi della polvere.
I divani, le poltrone, i paralumi, i materassi, i cuscini, le imbottiture delle sedie e dei mobili, le parte esterna dei libri e in generale tutti gli oggetti che non possono essere puliti con il panno bagnato devono essere trattati con l'aspirapolvere in tutte le loro parti, costantemente almeno 2-3 volte la settimana.Per fare in modo che l'aspirapolvere sia realmente efficace bisogna scegliere, tra gli apparecchi in commercio, quelli dotati dei microfiltri (filtri HEPA) in grado di trattenere anche le particelle più piccole che sono quelle più importanti per chi soffre di allergia; il sacchetto di carta o tela normalmente in dotazione non é assolutamente sufficiente, anzi tende ad aumentare la concentrazione di particelle allergeniche nocive nell'ambiente domestico.
Non devono assolutamente essere utilizzati, ed eventualmente rimossi se già presenti, materassi, cuscini, poltrone e mobili imbottiti contenenti materiali di provenienza animale o vegetale quali kapok, canapa, crine vegetale, fieno, paglia, lana, piume, cotone, iuta, ecc. Anche i materassi a molle sono ricoperti con uno strato di lana, cotone o altra fibra. Fare attenzione ai materassi e cuscini presentati come anallergici; informarsi sempre sui materiali utilizzati dal fabbricante. Il materasso e il cuscino ideale é quello in lattice di gomma non rivestito che non permette la penetrazione della polvere. Esistono inoltre fodere, per materassi e cuscini, di materiale traspirante ed impermeabile alle particelle di polvere. Queste fodere sono molto attive come barriera se sono costruite in goretex o polipropilene, hanno costi non altissimi e sono molto buoni in caso di viaggio. Secondo il numero di lavaggi cui sono sottoposte e comunque dopo alcuni anni devono essere rinnovate.I tendaggi pesanti, la moquette, i tappeti, la carta o la stoffa da parati non sono assolutamente consentiti. Nel caso in cui lo siano già e non ce se ne voglia privare devono essere trattati sistematicamente con l'aspirapolvere e con gli acaricidi.
Criceti e altri piccoli roditori, cani, gatti ed uccelli non devono essere tenuti in casa. Gli animali già presenti devono essere allontanati o tenuti scrupolosamente puliti. Ogni 3-4 giorni la biancheria dei letti deve essere cambiata e lavata almeno a 60°.
Materassi, coperte e copriletti devono essere esposti alla luce del sole più frequentemente possibile.La casa deve essere arieggiata a lungo durante il giorno, anche in inverno. L'umidità degli ambienti deve essere mantenuta non superiore al 40-50%, evitando l'uso di umidificatori sui caloriferi o ambientali, convogliando i vapori del bagno e della cucina fuori dalle finestre, tenendo in casa il minor numero di piante. In casi particolari può essere utile l'uso dei de-umidificatori. I pupazzi di stoffa o di pelouche presenti nelle stanze dei bambini devono essere ridotti di numero il più possibile (al massimo 2), trattati con l'aspirapolvere e possibilmente lavati con disinfettanti generici periodicamente ogni 15 giorni. Devono essere preferiti oggetti in materiale plastico o legno.I sistemi di aerazione e condizionamento devono essere forniti di un microfiltro sulla mandata dell'aria. La temperatura del riscaldamento domestico non deve essere superiore ai 20° ed i radiatori e le loro eventuali protezioni devono essere puliti dalla polvere.


Prokofiev

Donne e fumo: quando l'uguaglianza non è un bene


Il fumo è il maggior fattore di rischio per il tumore del polmone, e globalmente il rapporto tra fumatori e fumatrici è grosso modo 4,3 a 1, in quanto fuma il 47% degli uomini e l'11% delle donne. Nel contempo, sono ormai assodate alcune circostanze che creano differenze nella mortalità tra i due sessi. Nei paesi ricchi, mentre la mortalità per cancro del polmone nella popolazione maschile si è stabilizzata o è addirittura in flessione, quella femminile no e, anzi, in alcune realtà è in crescita. La spiegazione risiede nel fatto che in paesi come Norvegia, Danimarca e Svezia il numero di fumatrici è pari o superiore a quello dei fumatori, soprattutto perché questi ultimi stanno smettendo a un ritmo elevato e le donne no.
Dalla seconda Guerra Mondiale in poi , il fumo di sigaretta è diventato socialmente accettabile anche per le donne, il trend è andato rapidamente modificandosi e non sembra lontano il giorno in cui si raggiungerà l’uguaglianza di genere nel tumore al polmone.
Un importante studio, pubblicato su Jama, prestigiosa rivista Americana, ha dimostrato che le donne col vizio hanno un rischio superiore di cancro al polmone.
I numeri del problema sono rilevanti. Nel 2006, infatti, si stima che negli Stati Uniti moriranno di cancro al polmone 73020 donne e 90740 uomini. Non solo. Nella popolazione femminile i decessi per carcinoma polmonare hanno ormai superato la somma delle morti per tumore del seno e del colon.
Il tumore al polmone è stato diagnosticato nel 2,1% delle donne (156) contro l’1,2% (113) degli uomini, ma fra le pazienti femmine si è osservata una minor frequenza di decessi.
Le donne nella coorte esaminata hanno un rischio più alto di tumore al polmone degli uomini. E’ la prima volta che accade.
Tra le varie spiegazioni, quelle più gettonate riguardano fattori riproduttivi e ormonali. O in alternativa aspetti genetici. Le donne pero’ sopravvivono di più alla malattia. E questo a prescindere dal tipo di tumore, istologicamente parlando, e dalla metodologia di indagine. Ma le ragioni non sono chiare e possono spaziare dalle caratteristiche del tumore a quelle fisiche e comportamentali delle donne.
Le multinazionali non aiutano di certo. Infatti, alcuni studi indicano che l'uso delle sigarette light in maggior misura da parte delle donne sembra promuovere più spesso il tumore in questione. E le major del tabacco sono state ben attente a tarare la sigaretta leggera sui gusti della donna. Anche l'uso della parola light, per esempio, è stato fatto per associarsi alle preoccupazioni di peso e linea più diffuse nel pubblico femminile.

Prokofiev

Multinazionali e nicotina: un aumento deliberato dei dosaggi per indurre dipendenza nei giovani


Che le multinazionali immettano additivi ed aumentino la dose di nicotina nelle sigarette prodotti per aumentare e favorire il consumo nei giovani è cosa nota e vecchia. Tanti studi, dei quali uno condotto all’Università di Harvard hanno dimostrato che le aziende produttrici di sigarette avrebbero per anni deliberatamente aumentato il tenore di nicotina al fine di aumentare l’effetto di dipendenza. Aveva raccontato qualcosa di simile qualche anno fa anche il film-denuncia “The Insider” di Michael Mann, dove alla fine la verità sulla manipolazione chimica per legare di più al fumo viene a galla e i responsabili sono condannati. D’altra parte gli studi sull’argomento sono stati numerosi.
Nello studio di Harvard è stata eseguita una rianalisi sui livelli di nicotina dei marchi più venduti di sigarette nel Massachusetts tra il 1997 e il 2005, in base ai dati forniti dai produttori al Dipartimento della salute pubblica dello stato. Ed è apparso che c’è stato un incremento medio della sostanza inalata pari all’1,6% per sigaretta all’anno, o dell’11% tra il 1998 e il 2005: un aumento che non ha niente di casuale in quanto trasversale a tutti i brand e le aziende produttrici di sigarette. Questo in contrapposizione alle affermazioni della Philip Morris, secondo la quale il tenore di nicotina nel suo marchio di punta, Marlboro, è rimasto lo stesso dal 1997 al 2006 ma sono possibili differenze che riflettono variazioni casuali del contenuto della sostanza.
La nicotina è la principale responsabile dell’ “addiction” della sigaretta, e quindi della difficoltà di smettere, per via dei sintomi di astinenza.

Negli Stati Uniti ogni anno circa 900 mila persone svilupperebbero la dipendenza e il fumo provocherebbe 438 mila decessi prematuri.


Tra le sostanze che possono indurre dipendenza, la nicotina è una delle più potenti, anche perché apparentemente non interferisce con il normale funzionamento di un individuo e ha sia un'azione centrale sia un'azione periferica. Una volta raggiunto il cervello, infatti, la nicotina agisce direttamente sui neuroni coinvolti in quell'area cerebrale che è responsabile dei meccanismi di ricompensa, l'area tegmentale ventrale. Questo sistema ha il compito di ricompensare con una gratificazione chimica le azioni positive che l'individuo compie e che sono positive per la sopravvivenza. Per esempio, se quando sì ha sete si beve, i neuroni del sistema di ricompensa comandano la liberazione di un neurotrasmettitore, la dopamina, in un'altra area cerebrale vicina, il nucleo accumbens. L'arrivo della nicotina non soltanto stimola la produzione di dopamina ma, secondo alcuni studi molto recenti, rende inefficaci anche i meccanismi che provvedono fisiologicamente a smorzare la riposta di piacere. Questo effetto complementare si realizza deprimendo l'azione di un altro neurotrasmettitore, il GABA, che ha fisiologicamente il compito di normalizzare le funzioni cerebrali. In pratica questo doppio meccanismo, , fa sì che "sarebbe difficile trovare una droga più efficace nell'indurre dipendenza". Questo sistema di amplificazione dello stimolo fa sì che anche una breve esposizione alla nicotina, anche in chi non ha mai fumato, generi un'eccitazione consistente dei meccanismi di ricompensa.


Prokofiev

mercoledì 12 marzo 2008

Giovani ed alcolismo. Costi immensi per la Sanità e ricavi stratosferici per i produttori.


I ricavi del fumo sono elevatissimi , altrettanto cospicui sono quelli dei produttori di bevande alcoliche, in USA soprattutto, ma anche in Europa.

Se si beve già da giovani, cominciando prima dei 15 anni, si ha una possibilità quattro volte superiore di diventare un bevitore patologico. Ciononostante, negli Stati Uniti, ogni giorno 13000 giovani di età inferiore a 21 anni (che è la soglia per acquistare e consumare legalmente alcolici) consumano il loro primo drink alcolico. Dati statunitensi, certo, ma in Italia la situazione non cambia di molto. I dati dell’anno 2000 dell’Istat segnalavano poco meno di mezzo milione di consumatori nella fascia di età tra 14 e 17 anni. Ma tornando agli Stati Uniti, i costi correlati all’alcolismo ammontavano, nel 1998, a 184 miliardi di dollari, più di quelli determinati dal cancro (107 miliardi) e dall’obesità (100 miliardi). Un bevitore patologico su 3 ha meno di 20 anni.

E così, sempre negli Stati Uniti, uno studio ha cercato di stabilire quanta parte del fatturato dell’industria dell’alcol (dalla birra in su) sia dovuto a chi beve illegalmente e ai bevitori patologici, definiti in base ai criteri del DSMIV (il manuale di diagnostica universalmente accettato dagli psichiatri). Tra i giovani dai 12 ai 20 anni, i bevitori erano più del 47%, dove per bevitori si intende chi negli ultimi 30 giorni aveva consumato alcol. Tra questi giovani bevitori, quelli che mostravano un comportamento patologico verso l’alcol erano poco meno del 26%, una notevole differenza rispetto ai bevitori adulti, tra i quali solo il 9,6% presentava le caratteristiche dell’abuso o della dipendenza. In base ad altri dati, si è valutato che cosa bevessero i bevitori patologici. Per gli adulti il consumo preferito era la birra o i coolers (vodka e aranciata in bottiglia o simili), per il 18,3% i superalcolici e per l’11% circa il vino. Tra quelli compresi tra 18 e 20 anni (non c’erano dati per i più giovani) la birra rappresentava il 79,6, i superalcolici il 17,5% e il 2,9% vino. E’ da notare che tra i bevitori “normali” la birra ha meno successo, visto che conta per il 56% tra gli adulti e per il 71% tra i più giovani. Sempre tra i bevitori razionali, ha più fortuna il vino: 27,2% negli adulti e 7,7% tra i giovani. Per stabilire quanto rendano le bevute prima dell’età legale, i ricercatori hanno esteso questi dati a tutti i consumatori sotto i 20 anni. Prima di dare le cifre, però, serve un altro dato: i giovani che abusano di alcol o sono dipendenti, assorbono (è il caso di dirlo) quasi la metà dei consumi riferiti a questa fascia di età, il 47% circa. Su un giro d’affari complessivo di 128,6 miliardi di dollari, i consumi di giovani e giovanissimi forti bevitori rappresentano l’8,2%, quelli degli adulti forti bevitori il 21%.

Sommando anche i consumi “normali” di giovani e giovanissimi si arriva al 17,5% per un valore di 22 miliardi e mezzo di dollari.

Di qui il gran numero di spot e messaggi pubblicitari legati all’alcol cui sono sottoposti anche i giovanissimi, e la relativa indifferenza delle varie authority. Si vietano gli spot per le sigarette , ma non quelli degli alcolici. Un vero paradosso ,direi...

Però è arduo promuovere linee ultraproibizioniste: l’alcol fa parte della cultura occidentale (e non solo) e, d’altra parte, gli stessi studi dimostrano che per ogni anno che si attende prima del primo bicchiere, il rischio di diventare beoni diminuisce del 14%. Serve educazione, più che repressione e, magari, alzare i prezzi: non è un caso che il vino, molto caro negli Stati Uniti, non rappresenti un best seller dell’abuso.


Prokofiev

BPCO e fumo: se ne parla sempre troppo poco


Si parla sempre spesso e molto di fumo e neoplasia del polmone, e poco risalto si dà alle complicanze croniche dell’apparato respiratorio, che sono altamente invalidanti, ed associate a costi sempre maggiori, anche perché la sopravivenza media dei soggetti con BPCO è maggiore di quelli con tumore polmonare.
Sono circa sette milioni gli italiani con asma o broncopneumopatia cronica ostruttiva (Bpco) diagnosticati ma potrebbero essere di più visto che si tratta di patologie spesso riconosciute quando ormai i danni sono irreversibili. Ecco perché, subito dopo le malattie cardiovascolari e tumori, le malattie dell'apparato respiratorio rappresentano la terza causa di mortalità in Italia. E di queste la Bpco conta per il 55 per cento, oltre la metà, ed è la patologia respiratoria più frequentemente diagnosticata negli ospedali del nostro paese.

"La broncopneumopatia cronica ostruttiva definisce un gruppo di malattie polmonari croniche caratterizzate dalla presenza di una significativa diffusa ostruzione cronica intratoracica del flusso aereo confermata dalla spirometria , dimostrata da una riduzione cronica dei volume espiratorio massimo in 1 secondo , (VEMS) e del rapporto VEMS/capacità vitale (CV) (indice di Tiffeneau) , irreversibile , più o meno lentamente progressiva , che non si modifica in maniera significativa durante 1 anno di osservazione spontaneamente , o con il trattamento, indipendentemente dalla presenza di sintomi specifici ".
La Bpco contempla infatti diverse entità nosologiche che vanno dalla bronchite cronica all'enfisema e sono presenti in entità variabili. Possiamo considerarla perciò più una sindrome che una malattia. Esistono poi casi estremi rappresentati dalle forme croniche pure .
Il fumo è a tutt'oggi la causa di gran lunga più frequente. Oltre il 90 per cento dei casi sono determinati, infatti, dal fumo. E non solo attivo. Esistono ormai sempre più studi a supporto della nocività del fumo passivo, in particolare per i bambini con genitori fumatori. Su quattro sigarette fumate una la fuma chi è presente nell'ambiente "intossicato". La malattia è caratterizzata da un'infiammazione cronica delle pareti bronchiali, in cui il ruolo del fumo, con la sua miscela di sostanze in gran parte tossiche e cancerogene, è prevalente. Gli alveoli polmonari dei fumatori sono contraddistinti da un'elevata quantità di globuli bianchi, indice di una significativa sofferenza infiammatoria".
La recente legge sul fumo è stata sicuramente utile, ma va fatto molto di piu' : basti pensare allo studio che è stato condotto presso alcuni ristoranti milanesi, e che ha evidenziato come il ristagno del fumo negli spazi per non fumatori, confinanti con quelli per fumatori, rendeva l'ambiente il mattino seguente esattamente inquinato come quello riservato ai fumatori.
Il fumo non è ovviamente l’unica causa, perché anche l'esposizione a nocivi irritanti in campo professionale è sempre stata una causa rilevante di Bpco.
Attualmente l'identikit del paziente di Bpco è il seguente: Fumatore, non giovane e con una predisposizione genetica . Maschio in prevalenza , ma considerata l'inversione di tendenza rispetto al fumo (oggi sono sempre più le donne fumatrici) in breve si dovrebbe arrivare al pareggio .
In Italia la percentuale di incidenza varia tra il 4 e il 5 per cento.
La BPCO colpisce quindi più spesso gli uomini (in Italia circa il 60% dei malati è di sesso maschile), sia perché storicamente hanno cominciato a fumare prima delle donne sia perché più spesso impiegati in lavori che espongono a sostanze irritanti: agricoltori, imbianchini, saldatori, edili.Si tratta di una malattia già piuttosto frequente che, peraltro, tende ad aumentare la sua diffusione: si stima che nel 2020 potrebbe essere la terza causa di morte nel mondo. Non a caso, dunque, è stata lanciata, sulla scorta di quanto già fatto per l’asma bronchiale, una campagna mondiale battezzata GOLD (Global Initiative for Chronic Obstructive Lung Disease).

Prokofiev

Integrare? Solo se serve


Parlare di stress ossidativo è piuttosto comune e se ne parla in riferimento a molte malattie. E quando si parla di stress ossidativo si parla anche di antiossidanti e dei loro potenziali effetti collaterali. Del resto il consumo di integratori antiossidanti è molto diffuso, forse troppo, nella convinzione che in questo modo la salute migliori e si agisca in maniera preventiva. Non ci sono sempre evidenze favorevoli pero’.
E’ stata infatti pubblicata una importante metanalisi sulla prestigiosa rivista Lancet: La metanalisi ha considerato 7 studi dedicati al beta-carotene e 8 alla vitamina E. In totale i pazienti trattati con i primi sono stati 81788, quelli che hanno assunto vitamina E, 138113. Di fatto, la metanalisi ha dato un risultato abbastanza chiaro. Per quanto riguarda la vitamina E, il suo impiego non ha modificato la mortalità per tutte le cause: c’era semmai un leggero svantaggio per i pazienti trattati (11,3% contro 11,1%) che però non raggiunge la significatività statistica. Non va meglio per la mortalità per tutte le cause cardiovascolari, visto che tra braccio attivo e controllo non c’erano differenze significative, in entrambi i casi il dato era pari al 6%. La sostanziale parità si proponeva sia nella frequenza di insulti cerebrovascolari (l’ictus), indagata in soli quattro studi, sia combinando mortalità cardiovascolare e infarti acuti non fatali. Non è riuscito a mutare il quadro nemmeno il riesame dei dati distinguendo tra prevenzione primaria e secondaria (cioè prevenzione degli altri eventi dopo che si è verificato il primo infarto). Ancora peggiori i risultati degli studi o dei bracci di studio in cui si testava l’efficacia del beta-carotene. In questo caso, la mortalità per tutte le cause risultava addirittura peggiore con l’antiossidante; infatti raggiungeva il 7,4% nel gruppo del betacarotene contro il 7% del gruppo di controllo . L’analisi dei dati relativi ai sei trial che avevano come end-point la mortalità cardiovascolare ha confermato la tendenza: 3,4% a fronte del 3,1%. I tre studi che avevano indagato anche l’incidenza di eventi cerebrovascolari non ha mostrato peggioramenti nel gruppo che assumeva beta-carotene, ma nemmeno miglioramenti. Di qui la preoccupazione per gli alti dosaggi di beta-carotene presenti negli integratori in libera vendita e per i dosaggi, comunque consistenti, rientranti nelle preparazioni multivitaminiche di cui si è raccomandato l’uso per tanto tempo.
Il perché della scarsa efficacia degli antiossidanti può trovare spiegazioni in altri studi. Per esempio, si è provato che il fumo ha un effetto destabilizzante del beta-carotene, con la conseguenza di un’attivazione dei fattori di crescita legati allo sviluppo dei tumori. Così come è provato l’effetto controproducente di questa sostanza sui lipidi ematici. C’è anche da tenere presente, quanto alla vitamina E, che non si è riusciti a dimostrare che riducesse proprio le reazioni di ossidazione del colesterolo LDL (quello cattivo) nemmeno nei pazienti che, grazie alla supplementazione, presentavano livelli ematici dell’antiossidante piuttosto consistenti. Addirittura, nello studio HATS (HDL-Atherosclerosis Treatment Study), la vitamina ha dimostrato di interagire sfavorevolmente con gli effetti ipolipemizzanti di due farmaci impiegati per ridurre il colesterolo: niacina e simvastatina.


E’ possibile, conclude lo studio, che gli antiossidanti possano avere un’azione preventiva, in campo cardiovascolare, ma in un momento in cui la malattia aterosclerotica è ancora lontana dall’instaurarsi o al limite si è manifestata soltanto con la formazione di strie grasse sulla parte delle arterie (il che equivalle alla primissima fase dell’aterosclerosi). Ma anche così non ci sono prove a sostegno dell’impiego di queste sostanze nella prevenzione. Anche sulla vitamina C rimangono oggi molti dubbi. Quindi meglio usare frutta e verdura in abbondanza, finchè non ci saranno evidenze certe.

Prokofiev

martedì 11 marzo 2008

Allattamento e farmaci: ciò che è bene sapere


Secondo la letteratura, il 66% delle donne che allatta al seno si trova ad assumere farmaci, ma spesso lo fa esitando sulla compatibilità della cura con la salute del lattante, per cui può decidere di rinunciare in partenza ad allattare o decidere prima o poi di interrompere l’allattamento.
In altre parole è documentata un’interferenza fra allattamento al seno e uso di farmaci da parte della donna che allatta, la quale deriva dal timore di un conflitto di interesse (peraltro raramente concreto) fra cura della mamma e salute del bambino. La frequenza complessiva degli effetti collaterali riportati dalla madre è mediamente dell’11,2%; i farmaci che meno frequentemente danno disturbi sono i sedativi (3%), mentre per la categoria degli antibiotici questa percentuale sale al 18%.
Una volta presente nel latte non è però automatico che il farmaco venga assorbito dall’intestino del lattante; antibiotici come gli aminoglicosidi e la vancomicina o la morfina, per esempio, hanno una scarsa biodisponibilità orale; del resto è proprio questo il motivo per cui la loro somministrazione avviene per via parenterale. Ormoni come l’insulina (ipotizziamo il caso di una donna diabetica) e sostanze come l’eparina (calcieparina ed eparine a basso peso molecolare nella donna con trombofilia) non passano nel latte ma, se anche lo facessero, verrebbero, per la loro stessa natura proteica, inattivate nel tratto gastrointestinale del lattante .

Secondo i foglietti illustrativi delle confezioni, l’80% degli 11.207 farmaci disponibili sul mercato italiano sia controindicato in corso di allattamento, mentre solamente per il 2% dei farmaci emerge un chiaro giudizio di sicurezza.


I farmaci controindicati sono
Chemioterapici (ciclofosfamide, metotressato) Ciclosporina, doxorubicina
Alcaloidi dell’ergot (bromocriptina, ergotamina
Radioisotopi (67Ga, 111In, 123I, 125I, 131I, 99mTc)
Litio
Contraccettivi orali
Sostanze d’abuso (alcol, fumo, droghe: amfetamine, cocaina, eroina, fenciclidina)

Mentre da usare con cautela:
Mesalazina
Aspirina (salicilati)
Atenololo – Acebutolo- Carbamazepina
Clemastina -Fenobarbita - Primidone - Sulfasalazina

Dal momento che la decisione sulla sicurezza di impiego o meno di un farmaco in allattamento deve tutelare la salute di entrambe le componenti della diade madre-bambino è opportuno consultare il pediatra e/o ginecologo e procedere con un metodo di valutazione ordinato e non frettoloso prima di prendere una decisione.
Anche se la letteratura specifica sull’argomento è scarsa, e per lo più aneddotica o basata su brevi serie di casi, un’analisi accurata permette di giungere alla considerazione che il più delle volte l’allattamento al seno è compatibile con la giusta aspirazione materna a curarsi .

Prokofiev

Uso di integratori contenenti flavonoidi in gravidanza: ancora incertezze su efficacia e sicurezza


I flavonoidi sono pigmenti ubiquitari facilmente reperibili nei fiori, nei frutti e nelle foglie di numerose specie vegetali, compresi legumi e cereali. In natura si calcola che ne esistano oltre 4.000 tipi, accomunati da una struttura chimica di tipo fenolico: alcune di queste sostanze possono trovarsi libere, sotto forma di agliconi o di glucosidi (quercitina), oppure di dimeri e polimeri (procianidine), o anche esterificate in strutture più complesse. Nella maggior parte dei casi, nella stessa pianta, si trovano vari tipi di flavonoidi, diversi in relazione alla specie botanica, alla parte della pianta utilizzata ed alla tecnica estrattiva utilizzata. I flavonoidi più conosciuti e presenti in alcune specialità farmaceutiche sono la rutina, la diosmina e l’esperidina; questi composti sono presenti anche negli agrumi ed in piante del genere Citrus, e vengono presentati come efficaci in una presunta capacità di riduzione della permeabilità capillare con attività antivaricose ed antiemorroidarie; a questi si aggiungono gli antocianosidi del mirtillo che sono invece promossi come efficaci nella cura della retinopatia e dell’angiopatia diabetica e come endotelioprotettori . Oltre a quelli contenuti nelle specialità medicinali, i flavonoidi rappresentano una componente importante anche di molti estratti fitoterapici quali il carciofo, la passiflora, il timo e numerosissime
altre piante officinali. Tali composti sono presenti, in concentrazioni molto variabili, anche negli alimenti e come costituenti di vari integratori dietetici. Per quanto riguarda l’efficacia di questi composti il condizionale è d’obbligo in quanto non vi sono chiare evidenze che dimostrino un beneficio legato al loro utilizzo nelle indicazioni sopra riportate. Infatti, tutte queste specialità rientrano in una lista di farmaci identificate come “categorie di dubbia efficacia” ed attualmente in esame alla CUF per verificare quanto debbano ancora esistere sotto forma di medicinali.
Ciò che però ha attirato l’attenzione dei media non è stata la pur poco definita questione di efficacia ma piuttosto un problema di sicurezza. Recentemente, infatti, i bioflavonoidi sono stati oggetto di ipotesi e discussioni scientifiche riguardanti una eventuale “pericolosità” legata all’aumento del rischio di insorgenza di leucemie infantili acute a seguito della loro assunzione in gravidanza. All’origine di tale allarme si pone un recente lavoro scientifico che, sulla base di esperimenti in vitro, sembra dimostrare come alcuni flavonoidi hanno la capacità di provocare delle alterazioni cromosomiche a livello del gene MLL per via di un’azione inibitoria della topoisomerasi II2. Questo tipo di alterazione è la stessa presente in un’alta percentuale di leucemie infantili acute. Probabilmente è stato questo elemento a far dedurre ad alcuni autori la possibilità che i bioflavonoidi possano giocare un ruolo determinante nell’incidenza di tale malattia. A ciò si aggiunge il fatto che i bioflavonoidi attraversano la barriera placentare e questo potrebbe esporre il feto all’attività della topoisomerasi II in una fase delicata della gestazione. In realtà molti dei farmaci che vengono attualmente utilizzati – probabilmente la maggior parte – passano la barriera placentare e quindi tale dato non può essere di per sé valutato come un indicatore di rischio. A ciò va aggiunto il fatto che l’unica pubblicazione relativa al passaggio placentare si riferisce ad un solo bioflavonoide di natura sintetica (EMD-49209) e non è certo che gli stessi risultati siano estendibili alla vasta famiglia di composti identificabili come bioflavonoidi. A testimonianza dell’incertezza legata a questo fenomeno valga il fatto che due studi, condotti con diosmina su donne in stato di gravidanza con insufficienza venosa o patologia emorroidaria, non hanno evidenziato effetti tossici sul feto, né sul bambino nato, né sulla gestante . Se quanto detto può riguardare i medicinali a base di bioflavonoidi, qualcuno potrebbe obiettare che gli integratori dietetici attualmente in commercio contengono dosaggi più elevati e accumulabili fino ad arrivare ai dosaggi pari a quelli considerati potenzialmente capaci di inibire la topoisomerasi II. Bisogna tuttavia tener conto che le dosi dei bioflavonoidi contenute negli integratori dietetici sono molto distanti da quelle considerate negli esperimenti in vitro ed il raggiungimento delle dosi ritenute pericolose per via di un accumulo in donne in gravidanza rimane per ora privo di fondamento scientifico.
In conclusione, non sembra che ci siano elementi di allarme riguardo all’esposizione di questi composti in gravidanza; ciò troverebbe conferma anche in quanto recentemente pubblicato sulla stampa scientifica internazionale . Tuttavia, in una valutazione di beneficio/rischio, qualora il beneficio non sia dimostrato una qualsiasi ed anche ipotetica indicazione di rischio può bastare per sconsigliare l’uso di questi composti. Per tale motivo, in attesa della conclusione dell’esame delle categorie di dubbia efficacia si è reso necessario uniformare le avvertenze dei foglietti illustrativi delle specialità riportate in tabella alla comune avvertenza: La sicurezza del farmaco in gravidanza non è stata determinata, pertanto è opportuno non somministrare ilprodotto durante la gravidanza.

Prokofiev

lunedì 10 marzo 2008

Qualche aneddoto della mia attività quotidiana, per sdrammatizzare un po' 14°


C’ho una debolezza stressata” .


Ho tanti dolori romantici”.


Devo fa' er fluoro agli occhi” (Fluorangiografia retinica)


"Prende molti caffè? " No, dottò, non sono una caffettiera"


Dovrei fare l’Holter Preistorico ” (PRESSORIO)


Devo fare il Radiosol


Ho la bordellosi” (Spondilosi – sinonimo di artrosi)


Una volta un mio collega era di guardia, ed era sempre molto ansioso. Il paziente per cui era stato chiamato lo vedeva agitato ; per questo gli disse di sedersi sulla sedia accanto al letto. Lui si sedette...ma sulla sedia c'era il pappagallo del paziente....pieno...


Spero di avervi strappato qualche sorriso come sempre


Prokofiev

Farmaci "Generici" o "Equivalenti": ancora tanta diffidenza ingiustificata in Italia


In molti stati europei i farmaci equivalenti rappresentano una importante risorsa già sfruttata da tempo. Anche in Italia sta aumentando la consapevolezza , tra cittadini e operatori sanitari , che questi medicinali offrono tutta l’efficacia e la sicurezza di terapie già provate da lungo tempo nella pratica clinica, consentendo, tra l’altro, un considerevole risparmio .Tuttavia permangono ancora delle diffidenze alimentate in parte da una informazione non esauriente e talvolta in disaccordo con quanto riconosciuto a livello internazionale alle qualità e ai vantaggi dei medicinali equivalenti. Anche il termine “generico” può aver contribuito ad influenzare negativamente la percezione di efficacia di questi medicinali. Infatti il “generico”, rinominato dall’attuale normativa nazionale “medicinale equivalente”, è stato frequentemente percepito dall’opinione pubblica come un rimedio non dotato di sufficiente specificità per una certa indicazione e talvolta come un prodotto di qualità inferiore rispetto ai medicinali di marca.
Un medicinale equivalente può essere definito, in accordo con la normativa, come un “prodotto essenzialmente simile” ad un prodotto originale (innovatore) in quanto non solo è un equivalente farmaceutico (stessa composizione quali-quantitativa di principio attivo, comparabile profilo di impurezze, in una forma farmaceutica equivalente), ma anche bioequivalente, condizione ritenuta necessaria per garantire l’equivalenza terapeutica. I medicinali equivalenti non hanno necessariamente la medesima composizione in eccipienti e spesso non sono formulati con identica tecnologia farmaceutica, ma con tecnologia equivalente. Il medicinale equivalente può essere messo in commercio solo dopo che sono scaduti il brevetto e il certificato complementare di protezione del farmaco innovatore .
Il medicinale equivalente offre le stesse garanzie di qualità del medicinale originatore perché i procedimenti adottati per la sua produzione e il controllo di qualità devono rispettare tutti i principi e le linee-guida delle Norme di Buona Fabbricazione (NBF) al pari di quelli adottati per tutti gli altri medicinali. La conformità alle NBF è certificata dalle agenzie regolatorie (l’AIFA per l’Italia) che autorizzano l’officina di produzione. I requisiti qualitativi di base per l’approvazione dei medicinali originatori e degli equivalenti sono quindi gli stessi, con l’unica differenza che i produttori di medicinali equivalenti non devono ripetere gli studi di sicurezza ed efficacia già condotti dal produttore del medicinale originatore.
La qualità dei medicinali viene monitorata anche dopo l’immissione sul mercato. Sia a livello nazionale che a livello europeo i prodotti equivalenti vengono sottoposti a programmi di farmacosorveglianza post-marketing pianificati ed attuati dalle autorità regolatorie anche di concerto con il network dei laboratori ufficiali di controllo dei medicinali.
In Italia la Toscana mostra il dato più elevato di prescrizione di farmaci equivalenti mentre la Sicilia e la Sardegna il livello più basso.
Per concludere quindi , l’informazione sui farmaci equivalenti fino ad ora ha puntato troppo sul risparmio collegato al loro utilizzo, generando una diffidenza di fondo e molte riserve da parte degli addetti ai lavori. Occorre completare l’educazione all’uso di questa categoria di medicinali precisando il livello di qualità che devono garantire per poter essere introdotti sul mercato nei paesi europei .

Prokofiev

domenica 9 marzo 2008

Cioccolato: nuove evidenze sull'effetto antiossidante e protettivo per il cuore


È stato a lungo ipotizzato che il consumo di cioccolato possa ridurre il rischio di malattie cardiovascolari grazie alle alteconcentrazioni nel cacao di acido stearico e flavonoidi antiossidanti. Tuttavia, il dibattito sugli effetti a lungo termine di questo alimento è ancora aperto.

Frutta, verdura, tè, vino rosso e cioccolato sono le maggiori fonti di antiossidanti, i quali hanno effetti protettivi sul sistema cardiovascolare. Una classe di antiossidanti, i flavonoidi (comunemente presenti negli alimenti sopra menzionati), in particolare la procianidina contenuta in elevata quantità nella cioccolata, ha da tempo attratto l’attenzione dei ricercatori per la sua potenziale capacità di ridurre il rischio di malattia coronarica. La modifica più probabile sembra sia legata alla riduzione delle LDL ossidate, che usualmente sotto questa forma vengono catturate dai macrofagi dando origine alle cellule schiumose e successivamente alla placca ateromatosa. Il burro di cacao, grasso derivato dalla pianta del cacao e presente in grande quantità nel cioccolato fondente, contiene il 33% di acido oleico, il 25% di acido palmitico e il 33% di acido stearico; questi ultimi due sono acidi grassi saturi, che influenzano l’aumento della colesterolemia totale e della LDL-colesterolemia. Dal momento che i prodotti a base di cacao presentano proprietà antiossidanti e contengono quantità di flavonoidi maggiori rispetto al tè e al vino rosso, è interessante valutare i potenziali effetti del cioccolato sulle patologie cardiovascolari. Finora sono stati condotti diversi studi sperimentali a breve termine per valutare gli effetti cardiovascolari intermedi di cioccolato e cacao e numerosi studi epidemiologici per indagare l’associazione tra acido stearico e flavonoidi ed esiti cardiovascolari totali. Tuttavia, ad oggi non sono state condotte sperimentazioni randomizzate a lungo termine degli effetti del cioccolato sugli eventi cardiovascolari.
Una revisione sistematica , recentemente condotta da alcuni ricercatori di Harvard, ha esaminato le evidenze sperimentali ed epidemiologiche dei prodotti a base di cacao e cioccolato. In particolare, i ricercatori hanno valutato i controversi benefici dei componenti del cioccolato, acido stearico e flavonoidi, hanno revisionato i loro effetti sui fattori di rischio cardiovascolare intermedi e sugli end point, e hanno infine condotto una metanalisi di alcuni studi prospettici su flavonoidi e rischio di mortalità cardiovascolare. Sono stati selezionati studi clinici osservazionali e sperimentali pubblicati su Medline dal gennaio 1965 al giugno 2005. Approssimativamente, sono stati revisionati 400 studi. Di questi, sono state selezionate 136 pubblicazioni sulla base della rilevanza, della potenza e della qualità del disegno e dei metodi dello studio.
Nel complesso, sia gli studi randomizzati sia gli studi osservazionali suggeriscono che il cacao e il cioccolato possono avere effetti benefici sul rischio di malattia cardiovascolare, grazie ai seguenti effetti:
• diminuzione della pressione sanguigna,
• effetto anti-infiammatorio,
• funzione anti-piastrinica,
• aumento del colesterolo HDL,
• diminuzione della ossidazione LDL.
In particolare, dal gruppo di studi sull’acido stearico si ricava che quest’ultimo potrebbe non influenzare la colesterolemia LDL, né ridurre l’HDL, ma addirittura abbassare in modo benefico la trigliceridemia, mentre gli studi prospettici sui flavonoidi suggeriscono che il contenuto di flavonoidi nel cioccolato può ridurre il rischio cardiovascolare , perché attraverso l’azione antiossidante e antinfiammatoria riducono la pressione sanguigna ed aumentano l’HDL. La metanalisi condotta su questi ultimi studi indica che l’assunzione di flavonoidi può far diminuire il rischio di mortalità per malattia cardiovascolare . Il cacao è l’alimento con il più alto contenuto di flavonoidi e polifenoli (una classe di antiossidanti), e più la cioccolata è amara più è alta la concentrazione di cacao e quindi di flavonoidi e polifenoli.
Conclusioni
Nella revisione sistematica, le diverse prove che emergono sia dagli studi osservazionali sia dai trial randomizzati suggeriscono che l’effetto dell’acido stearico può essere neutrale, mentre i flavonoidi sembrano avere un effetto protettivo contro le malattie cardiovascolari. Questa ultima evidenza è ben supportata dal gruppo di studi osservazionali prospettici il quale suggerisce che i flavonoidi possono diminuire il rischio di mortalità per malattia cardiovascolare. Sebbene sia stato stimato che mangiare 50g/die di cioccolato amaro può ridurre il rischio di malattia cardiovascolare del 10,5%, queste stime sono basate sui risultati di studi di breve durata. Pertanto, bisognerà attendere i risultati di trial randomizzati a lungo termine, al fine di valutare meglio l’impatto del consumo di cioccolato sugli eventi cardiovascolari.

Prokofiev

Uso di sostanze naturali ed erbe in gravidanza: fare sempre attenzione


Un diffuso senso comune spinge le donne in gravidanza a limitare l’uso di tutte le terapie farmacologiche.Alcuni studi, infatti, mostrano che molte donne gravide tendono ad evitare l’assunzione di farmaci – anche se di dimostrata sicurezza – durante questo periodo e si indirizzano verso trattamenti non farmacologici con la convinzione che i prodotti naturali siano più sicuri dei farmaci di sintesi.
I disturbi per i quali più spesso vengono usate le erbe sono rappresentati da nausea, insonnia, stitichezza, infezioni urinarie e lombalgia.
A questo proposito sono d’obbligo alcune considerazioni di carattere generale.
• Le conoscenze relative alla farmacocinetica ed al meccanismo d’azione di una pianta o di un suo estratto, sono generalmente molto scarse, e comunque limitate a qualche singolo componente. In generale si sa ancora molto poco sulla distribuzione delle sostanze vegetali attraverso la barriera placentare, sui possibili effetti teratogeni e sulle loro attività farmacologiche sui tessuti embrionali.
• Sempre, ed in particolare nel 1° trimestre, l’uso di erbe medicinali e derivati, compreso quello di prodotti erboristici dovrebbe essere evitato o comunque limitato ai casi di effettiva necessità e su prescrizione medica.
• Le sostanze vegetali maggiormente rischiose sono gli oli essenziali (presenti anche nella propoli), e gli alcaloidi, tutte sostanze ad altissima diffusibilità e dotate di basso indice terapeutico, quindi potenzialmente tossiche per l’embrione e il feto o attive sulla contrattilità uterina, e quindi potenzialmente a rischio di aborto.
• Caffeina e nicotina, ad esempio, riducono facilmente l’irrorazione placentare e per questo in gravidanza è controindicato il fumo e l’assunzione di molti caffè, così come altre piante neuro/cardiostimolanti o neuro/cardiotossiche quali l’efedra, la noce moscata, l’arancio amaro, ecc.
• Sono controindicate soprattutto le seguenti piante medicinali:
China, Assenzio, Ruta, lassativi antrachinonici (Aloe, Cascara, Senna ecc.), Melograno, Chenopodio, Ginepro, Prezzemolo, Menta, Calamo aromatico, Cannella, Issopo, Salvia e comunque tutti gli oli essenziali in particolare quelli ricchi di chetoni. Alcune aumentano la contrattilità uterina con rischio di aborto, altre sono direttamente tossiche per il feto o l’embrione, come per esempio le piante contenenti alcaloidi pirrolizidinici (Borragine, Farfara, Consolida, Farfaraccio, Senecione, ecc.).
• Occorre cautela anche con le piante che si dimostrano efficaci come, ad esempio, lo zenzero la cui efficacia contro nausea e vomito è stata dimostrata in uno studio caso-controllo4 e in alcuni studi randomizzati controllati . Confrontato con il placebo, lo zenzero determina una riduzione significativa di nausea e vomito gravidici. Data, nonostante ciò, la presenza nel rizoma di zenzero di sostanze ad attività mutagena, rimane il consiglio di evitarne l’assunzione.
• Il Ministero della Salute ha emesso, in passato, alcuni provvedimenti restrittivi relativi all’uso di alcune erbe in gravidanza presenti in integratori: Ginkgo biloba, Citrus aurantium e Riso rosso fermentato

Oltre al periodo della gravidanza anche durante l’allattamento occorre prestare molta cautela nell’uso delle erbe. Un recente studio norvegese10 dimostra come il 43% delle donne in questa fase ricorre a prodotti a base di erbe per aumentare la produzione del proprio latte. Le erbe più utilizzate, nonostante manchino studi che ne dimostrino l’efficacia, sono i semi di Finocchio e di Anice, coni di Luppolo, sommità di Verbena e di Galega.Alcune erbe in particolare possono alterare il sapore del latte poichè molto amare,quali la Genziana,il Lichene islandico e la China.Altre,come quelle contenenti salicilati e lattoni sesquiterpenici,possono essere invece responsabili di reazioni allergiche nel neonato.
Nel latte passano anche altre sostanze attive quali fitoormoni, come ad esempio gli isoflavoni della soia. Tra le erbe di uso comune un’avvertenza in particolare riguarda la Galega (Galega officinalis), la quale si è dimostrata responsabile di effetti tossici cardio-respiratori in animali (pecore e bovini) che si sono nutriti di tale pianta. La sostanza responsabile è la galegina. Queste considerazioni, pur in assenza di eventi avversi segnalati nel neonato,spingono a sconsigliare l’uso della Galega officinalis.

Prokofiev

sabato 8 marzo 2008

Cranberry e infezioni urinarie nelle donne .Rimedio efficace, ma attente alle interazioni



Nelle donne, le infezioni urinarie sono molto frequenti. Secondo le stime, circa un terzo delle donne ha avuto almeno un’infezione urinaria nel corso della vita (nella maggior parte dei casi si tratta di cistite) e il 20% di queste ha manifestato anche un secondo episodio. Sono diverse le cause di recidiva; nelle donne giovani, il fattore determinante è di solito riconducibile all’attività sessuale. Recentemente, per la cura delle infezioni urinarie recidivanti, vengono molto reclamizzati gli integratori alimentari a base di cranberry.
Il cranberry (Vaccinium macrocarpon) è un piccolo arbusto di origine nord-americana, molto simile al nostro mirtillo dal punto di vista botanico, che produce dei frutti rossi dal sapore acidulo e aspro. Gli indiani d’America utilizzavano comunemente queste bacche per curare le ferite cutanee e per prevenire e trattare le infezioni urinarie e lo scorbuto. Le bacche del cranberry contengono flavonoidi, antocianosidi, oligomeri proantocianidolici, acido benzoico e altri acidi organici che hanno proprietà antibatteriche. Studi recenti hanno infatti dimostrato che queste sostanze hanno la capacità di rendere antiadesiva la superficie delle mucose, e pertanto di inibire
l’adesione cellulare dei vari batteri patogeni responsabili delle infezioni urinarie, fra cui l’Escherichia coli .


I risultati degli studi sul succo di cranberry sono concordanti: gli studi mostrano che nelle donne giovani, il consumo quotidiano, in compresse o in forma di liquidi, previene in parte le recidive di cistite acuta, in particolare quelle dovute a Escherichia coli. La posologia quotidiana ottimale è incerta: 7,5 g di concentrato disciolto in 50 ml di acqua, o 750 ml di succo di frutta, o 2 compresse di concentrato del frutto. Il principale inconveniente noto dovuto al consumo di cranberry è il rischio di interazione con un’antivitamina K, che comporta gravi emorragie. I pazienti trattati con l’antivitaminico devono essere informati di questo rischio legato al consumo di succo o compresse a base del frutto, di solito assunti in regime di automedicazione.
Devono quindi essere avvisati di consumarne in maniera regolare monitorando l’INR .


Prokofiev

Fitoterapia e terapia con sostanze naturali. Davvero sempre innocue?


Per fitoterapia si intende quella branca della medicina che consente l’impiego di piante medicinali e loro derivati a scopo curativo e preventivo. I preparati fitoterapici sono costituiti da una miscela di sostanze vegetali biologicamente attive. In particolare, tali prodotti possono presentare una specifica attività farmaco-tossicologica e interagire con i farmaci di sintesi, alterandone gli effetti previsti.
Il fatto che un fitoterapico sia di origine naturale non lo rende, quindi, esente da pericoli.
Gli effetti collaterali da erbe medicinali possono derivare da:
• cattiva qualità del prodotto utilizzato per la preparazione: contaminazione della pianta con pesticidi, metalli pesanti, batteri, muffe; sostituzione accidentale o volontaria di una pianta con una tossica;
• interazioni farmacologiche: il risultato delle interazioni può essere il potenziamento dell’azione del farmaco con conseguenti effetti tossici, o una riduzione dell’effetto con la risultante inefficacia
del farmaco stesso; • uso scorretto: un uso prolulgato o in particolari condizioni fisiologiche (gravidanza, allattamento, età pediatrica o geriatrica) o patologiche (in atto o pregresse). Gli effetti collaterali possono essere dovuti anche all’effetto della pianta, nonostante la sua buona qualità.

Si riporta di seguito un decalogo per il cittadino , pubblicato dall'agenzia del Farmaco AIFA .
1. “Naturale” non è sinonimo di “innocuo”: esistono infatti anche piante tossiche, altre responsabili di effetti collaterali noti, o con specifiche controindicazioni.
2. Non dovrebbero essere mai utilizzare le erbe raccolte spontaneamente, bensì quelle garantite dal controllo di un esperto e quindi vendute attraverso i normali canali di vendita (farmacia).
3. L’assenza di controllo di qualità può essere causa di contaminazioni (durante la lavorazione) ed errori nell’identificazione delle specie medicinali.
4. La maggior parte delle preparazioni empiriche e tradizionali a base di erbe è priva di documentata efficacia, mentre i prodotti erboristici e gli integratori alimentari non hanno il ruolo di medicinali vegetali.
5. Le erbe medicinali, in quanto contenenti sostanze biologicamente attive, vanno assunte sotto il controllo del medico o del farmacista.
6. I trattamenti a base di erbe vanno evitati in caso di gravidanza o allattamento, per mancanza di studi sulla loro innocuità a lungo termine.
7. Neonati, bambini e anziani non dovrebbero usare erbe medicinali senza il controllo medico.
8. L’ automedicazione con prodotti a base di erbe dovrebbe essere comunque di breve durata.
9. Erbe e preparati vegetali possono interagire con molti farmaci.
10. Prima di iniziare un trattamento a base di erbe è necessario che il medico venga informato riguardo particolari condizioni patologiche, allergie o terapie farmacologiche in atto.
Da uno studio dell’istituto superiore di sanità , condotto dall’Aprile 2002 a Gennaio 2005 sono pervenute 124 segnalazioni di reazioni avverse. L’età media dei pazienti per i quali ci sono state segnalazioni è stata di 41 anni (45 per le donne e 33 per gli uomini), e la percentuale di donne sul totale delle segnalazioni è risultato del 70%. Per quanto riguarda la gravità, l’ospedalizzazione è stata riportata nel 65% delle segnalazioni e nel 10% era segnalato pericolo di vita. Le 124 segnalazioni sono relative a 128 eventi avversi. Per quanto riguarda il tipo di eventi segnalati , così come per i farmaci convenzionali, ai primi posti troviamo eventi dermatologici, cardio-vascolari, neurologici e gastrointestinali; da sottolineare che tra questi ultimi,che corrispondono a 23 eventi avversi,sono state riportate 8 epatiti.
Nell’ambito delle reazioni avverse ostetrico/ginecologiche sono state riportate 2 emorragie e 6 aborti o morti perinatali. Sono stati infine segnalati 2 eventi di rabdiomiolisi Le reazioni sono state attribuite a 106 diversi prodotti; principalmente erboristici (33%), preparazioni galeniche (19%) e integratori alimentari (19%). Un’altra segnalazione ha riguardato la rabdomiolisi da Guggul, (estratto della Commiphora mukul), un prodotto della medicina tradizionale ayurvedica, molto utilizzato per il trattamento dell’ipercolesterolemia. Sono stati segnalati due casi di interazione tra Boswellia (Boswellia serrata) e warfarin in due pazienti di 64 e 73 anni, che assumevano questo prodotto per il trattamento del dolore da osteoartrosi. Tra i casi più gravi è stato segnalato un evento cardiaco manifestatosi con torsione di punta, tachicardia e QT lungo in una paziente di 61 anni che aveva assunto per una cura dimagrante due prodotti galenici contenenti 15 componenti tra cui ma-huang (efedra), fluoxetina, lassativi antrachinonici, piante ad attività diuretica e passiflora. Un altro evento molto grave è quello di una paziente di 48 anni che per una banale epigastralgia ha assunto delle tisane preparate da un “erborista amatoriale”, secondo “ricette millenarie”, ed è stata ricoverata per un’epatite acuta colestatica seguita da trapianto di fegato.Ancora non è chiaro quale possa essere stata la pianta o le piante responsabili di questo evento: sono in corso delle indagini chimiche sui prodotti. Questo tragico caso evidenzia la necessità di informare i pazienti e gli amanti delle cure “naturali”che le terapie a base di questi prodotti non garantiscono l’assenza di rischi e pericoli seri per la salute.
Il numero di segnalazioni pervenute è comparabile con quanto segnalato in altri paesi europei,quali la Gran Bretagna, dove dal 1996 il sistema per la segnalazione spontanea di eventi avversi, yellow card scheme,da parte dei medici di medicina generale è stato esteso anche alle erbe medicinali e dove l’uso sembra più diffuso rispetto all’Italia; dal 1996 al 2002 sono pervenute al sistema di farmacovigilanza inglese circa 67 segnalazioni all’anno18. Dai dati di segnalazione raccolti nell’ambito di questo progetto è possibile fare alcune considerazioni rilevanti per la salvaguardia della salute degli utilizzatori di piante officinali:
a. l’uso di questi preparati è associato ad un rischio di reazioni avverse spesso non percepito dai pazienti, sia per gravità sia per probabilità del rischio stesso;
b. bambini, anziani e donne in gravidanza usano la fitoterapia in quanto la ritengono più sicura;
c. l’uso non è necessariamente basato su evidenze di efficacia, o limitato a sintomi e condizioni adatte all’automedicazione che risulta molto diffusa;
d. i prodotti a base di erbe sono disponibili su internet o nelle erboristerie, spesso acquistati senza alcun consiglio di personale sanitario adeguatamente informato;
e. in questo contesto, diventa molto importante la restituzione dei dati di farmacovigilanza al personale sanitario e ai pazienti, affiché si acquisisca una maggior consapevolezza relativamente alle problematiche sopra elencate.

Prokofiev

venerdì 7 marzo 2008

Per la festa della donna. Pari opportunità per la salute?

Nel 2007 il divario tra uomini e donne in termini di trattamento sanitario si è sensibilmente allargato. E l’Italia in questa speciale classifica si distingue in negativo.
Le disuguaglianze di genere sono spesso codificate e cristallizzate, attraverso vere e proprie gerarchie, nelle quali le donne occupano di solito i gradini più bassi. Ed è una situazione che vale per tutte le situazioni sociali, compreso l’accesso alle cure mediche.
Un problema più che mai tangibile in Italia, che, stando a un recente rapporto del World Economic Forum (Wef) sul divario tra uomo e donna, che ha esaminato le aree cruciali in cui le disparità emergono, si piazza all’84esimo posto.
Ultima tra i paesi dell’Unione Europea, più vicina al Malawi che alla Francia. Con molto rispetto per il Malawi un piazzamento tutt’altro che lusinghiero.
Italia in fondo alla classifica
Il rapporto ha esaminato 128 paesi, con una copertura di oltre il 90% della popolazione mondiale, tutti i paesi dell’Unione europea, 23 paesi latinoamericani e caraibici, 23 paesi dell’Africa Subsahariana, oltre 20 paesi asiatici e 15 paesi mediorientali e nordafricani. La graduatoria non ha misurato le condizioni assolute di vita delle donne in ogni paese, ma ha verificato la distanza in termini di status e di possibilità tra uomo e donna. Sotto la lente di ingrandimento le aree dove le disparità emergono maggiormente: lavoro, istruzione, salute e rappresentanza politica. In testa alla graduatoria sono andati i paesi dove le risorse sono più equamente distribuite. In termini generali rispetto all’anno precedente nel 2007 sono stati compiuti progressi nel settore dell’istruzione, della responsabilizzazione politica e della partecipazione economica, non invece in termini di trattamento sanitario dove il divario si è allargato. Ma se questi progressi sono stati sensibili in Francia e buoni risultati sono stati riscontrati anche in Germania, Spagna, Corea, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, in Italia le cose sono andate diversamente. Non a caso è l’unico paese UE a essere lontano dalla testa della classifica. Progressi troppo timidiLa lista dei misfatti tricolori è lunga. Per cominciare è l’ultimo tra i paesi europei e tra i paesi avanzati la segue solo il Giappone. E sebbene ci siano stati progressi in termini di partecipazione della forza lavoro femminile rispetto all’anno scorso, permangono punteggi bassi su reddito, forza lavoro femminile qualificata e donne in posizione di potere politico. E su quest’ultimo fronte le cose non sembrano destinate a migliorare con le prossime elezioni. Il nostro paese poi si distingue anche per l’82esimo posto nella classifica relativa ai parametri di salute. L’Italia si distingue in positivo per l’indice relativo all’istruzione con il 32esimo posto. Ma evidentemente serve a poco se poi le donne non trovano lavoro. Le cose, però, possono (devono sarebbe meglio dire) cambiare, prova ne è un’inchiesta condotta dall’OMS in base alla quale basta che i maschi cambino certi atteggiamenti radicati per determinare risultati positivi.

La terapia ormonale sostitutiva: previene davvero le patologie cardiovascolari dopo la menopausa o è dannosa?



La terapia ormonale sostitutiva (TOS) è impiegata per controllare i sintomi tipici della menopausa, quali disturbi vasomotori, sudorazioni notturne, secchezza vaginale e la sua efficacia per queste indicazioni non è stata messa in discussione dagli ultimi trial pubblicati.
Il ruolo della TOS nella prevenzione primaria e secondaria della malattia coronarica è stato invece pesantemente confutato .

Lo studio Wisdom, pubblicato sul prestigioso British Medical Journal, ha valutato e verificato le prove di efficacia presenti in letteratura a sostegno dell’utilizzo della terapia ormonale sostitutiva
(TOS) a lungo termine per la prevenzione di patologie nelle donne in postmenopausa. Dieci trial controllati randomizzati hanno esaminato i rischi e i benefici della TOS nelle donne in postmenopausa. Tre trial negli USA, due nel Regno Unito e uno in Estonia hanno mostrato che la terapia non protegge dall’insorgenza di malattie cardiovascolari e anzi può aumentarne il rischio.
Era già noto, sulla base di dati di un trial di dimensioni più ampie e l’unico disegnato per valutare la prevenzione delle patologie cardiovascolari (lo studio americano Women’s Health Initiative - WHI), che le donne di età compresa tra i 50 e i 79 anni in trattamento combinato estroprogestinico presentavano un aumento significativo del rischio di stroke, embolia polmonare e cancro al seno, ed una diminuzione del rischio di fratture all’anca e cancro colorettale rispetto alle pazienti che assumevano placebo. Questo studio ha rilevato che la terapia combinata di estrogeni e progestinici può aumentare gli eventi coronarici nelle donne più anziane (età 70-79) durante il primo anno di trattamento.

Nello studio WISDOM rispetto alle pazienti che assumevano placebo, quelle in trattamento con terapia combinata hanno mostrato un significativo aumento di eventi cardiovascolari (26,9 vs 0 per 10.000 anni-donna) e di tromboembolismo venoso (85,1 vs 11,5 per 10.000 anni-donna ) e una riduzione non significativa nell’incidenza di fratture osteoporotiche (155,3 vs 226,2 per 10.000 anni-donna).


I dati provenienti dallo studio WISDOM suggeriscono che le donne che iniziano o riprendono la terapia combinata di estrogeno e progestinico in media 14 anni dopo la menopausa sono ad aumentato rischio di patologie cardiovascolari e tromboembolismo venoso, almeno nei primi anni
del trattamento. È stata riscontrata una diminuzione del rischio di fratture osteoporotiche e nessuna differenza nel rischio di ictus o cancro.

Questi studi in definitiva hanno dimostrato che in generale non vi è alcun beneficio per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, e vi sono dei potenziali rischi nelle donne con lievi sintomi di deficienza di estrogeni che iniziano la TOS diversi anni dopo la menopausa.


Prokofiev

La spremuta di pompelmo. Benefica o pericolosa per alcuni?


Il succo di pompelmo è particolarmente usato durante la stagione estiva come bevanda rinfrescante , ricca di vitamine ed oligoelementi. La cultura popolare attribuisce al pompelmo proprietà digestive e ritiene che aiuti anche le funzioni del fegato e cistifellea.

In farmacologia è noto per le interazioni farmacologiche con farmaci assunti contemporaneamente. Questa insolita scoperta è stata fatta nel 1989 nel corso di una sperimentazione sugli effetti dell'etanolo su un bloccante del canale del calcio. La risposta osservata è stata attribuita al succo di pompelmo e non all'alcool.

La possibilità che 250 ml di succo di pompelmo possano interferire con il metabolismo di molti farmaci è quindi una recente scoperta.

Il pompelmo è in grado di aumentare in maniera significativa la biodisponibilità di diversi medicinali, inibendo alcuni enzimi del fegato responsabili della trasformazione del farmaco. Il risultato è un aumento della concentrazione di farmaco che puo' comportare un aumento della tossicità del farmaco con conseguenze anche gravi.

Tale azione di puo' verificare anche con un singolo bicchiere di pompelmo o con un frutto fresco.

Sono stati individuati 30 farmaci che interagiscono con il succo di pompelmo:

tra i piu' importanti i farmaci per il cuore, soprattutto gli antiaritmici amiodarone e propafenone.

Gli antibiotici come la claritromicina. Gli aniistaminici, il cortisone ( prednisone) , i farmaci per il colesterolo ( atorvastatina e simvastatina), il viagra, alcuni antiepilettici.


Occorre quindi fare attenzione all'uso di succo di pompelmo in chi assume questi farmaci.


Prokofiev

giovedì 6 marzo 2008

Uso di creatina e palestrati: non tutto rose e fiori


Secondo una ricerca del Censis (Conf. Naz. C.O.N.I., 1994) più della metà dei giovani italiani pratica attualmente uno sport ed oltre un terzo lo ha praticato in passato.Mentre l'avvio dell'attività sportiva tende ad essere sempre più precoce (mediamente tra i 7 e gli 8 anni, non essendo però rari i casi di inizio dell'attività tra i 3 ed i 4 anni), la massima partecipazione dei ragazzi ad attività sportive sembra collocarsi nella fascia di età compresa tra gli 11 e i 14 anni.Purtroppo, stando agli studi attualmente disponibili, così come precoce è l'età di inizio delle attività sportive, altrettanto precocemente nei giovani atleti sembra affermarsi la convinzione che per proseguire in tale attività e migliorare le proprie prestazioni, si debba fare ricorso a sostanze esterne in grado di sostituire o potenziare gli effetti dell'allenamento.

Diversi studi mettono in guardia dall'abuso di creatina ed altri integratori nei giovani sportivi e palestrati. Possibili effetti collaterali . L’assunzione per brevi o medi periodi di dosaggi non elevati di creatina sembra essere ben tollerata e priva, oltre al già ampiamente descritto aumento del peso corporeo, di effetti indesiderati.
Per quello che riguarda la somministrazione cronica e/o a considerevoli dosaggi sono stati suggeriti, sia da lavori scientifici che da origine aneddotica (es. mailing list su Internet) diversi possibili e potenzialmente pericolosi effetti collaterali.
La Food and Drug Administration, nel suo bollettino SN/AEMS (special nutritional adverse monitoring system) WEB report, riporta notizie aneddotiche da varie fonti (uffici periferici FDA, agenzie sanitarie pubbliche, lettere e telefonate dei consumatori o degli operatori sanitari) su vari effetti collaterali indesiderati quali dispnea ed astenia, attacchi di grande male, vomito, gastralgie e diarrea, polimiositi, trombosi venose profonde, fibrillazione atriale, rash cutanei ed anche morte improvvisa in concomitanza con l’assunzione di sola Cr o di mix con altri integratori
Effetti gastrointestinali
Effetti sulla funzionalità epato-renale
Crampi muscolari e infortuni muscolo-tendinei
Disidratazione e influenza sull’omeostasi elettrolitica
Effetti su altri organi contenenti creatina
Soppressione della sintesi endogena di creatina
Impurità presenti in alcune preparazioni commerciali
Effetto cancerogeno
Effetti gastrointestinaliNonostante che alcuni studi (anche se condotti su un numero molto limitato di soggetti) non abbiano evidenziato sintomatologia gastrointestinale, ci sono numerose notizie di episodi di diarrea e dolore addominale da creatina. E’ comunque ragionevole supporre che, visto che la quantità media di creatina presente nella dieta è di 1-2 grammi, dosaggi di 20-30 grammi al giorno per 5-7 giorni possano risultare eccessivi per l’apparato digestivo di diversi soggetti.Effetti sulla funzionalità epato-renaleNotizie aneddotiche ed anche due recenti casi riportati in letteratura, hanno segnalato patologie renali a causa o in concomitanza della fase di carico con creatina. Integrazione di creatina, per brevi o medi periodi a dosaggi non elevati, ha comunque dimostrato di non avere influenza sui parametri di funzionalità renale. Non sono numerosi gli studi su integrazione per lunghi periodi, ma sembra che, sempre a dosi di mantenimento, non ci siano effetti su un apparato renale sano. Rimane comunque controindicata in presenza di patologie renali accertate o, ad esempio, nel diabete.Crampi muscolari e infortuni muscolo-tendineiE’ abbastanza comune avere notizie che atleti che utilizzano la creatina siano maggiormente soggetti a crampi ed a traumi muscolo-tendineiE’ stato notato, non in tutti gli studi, un aumento della CreatinKinasi, come indice aspecifico di stress muscolare, e una segnalazione di crampi nel 50% dei soggetti sottoposti ad integrazione rispetto al 30% nei gruppi di controllo.Comunque i dati non sono univoci e non esiste alcuna prova certa e scientificamente provata che l’integrazione con creatina provochi una maggiore incidenza di crampi o incidenti muscolo-tendinei.Disidratazione e influenza sull’omeostasi elettroliticaL’ipotesi, che l’aumentata idratazione intra-cellulare possa condurre a marcata disidratazione extra-cellulare con turbe dell’equilibrio elettrolitico e minore resistenza alle condizioni di stress termico, è stata proposta come possibile concausa nelle morti improvvise di alcuni giovani lottatori statunitensi.Nessuno dei diversi studi condotti ha però confermato variazioni significative dello stato elettrolitico e degli altri parametri emato-chimici. Comunque la maggior parte delle indicazioni che accompagnano le preparazioni di creatina consigliano una adeguata idratazione per ridurre questa possibilità.Effetti su altri organi contenenti creatinaLa creatina è presente anche in altri organi come cuore, cervello e testicoli e le indagini sui possibili effetti collaterali su questi tessuti hanno avuto una minore rilevanza. Un recente studio ha dimostrato un sensibile (dal 5% al 15%) aumento reversibile della concentrazione della creatina nelle varie aree cerebrali. Soppressione della sintesi endogena di creatinaE’ dimostrato che l’integrazione attenua o sopprime la produzione endogena di creatina: attualmente non siamo in grado di determinare quanto questo fenomeno possa, in caso di somministrazioni prolungate con alti dosaggi, essere irreversibile.
Da segnalare anche gli effetti deleteri della dieta iperproteica sui reni, con possibile sviluppo di ipertensione arteriosa.

E' stato recentemente segnalato anche un potenziale rischio cancerogeno.


Attenzione quindi all'abuso di queste sostanze. Qualche muscolo in piu' non vale la buona salute


Prokofiev

E’ ancora utile la terapia dietetica nelle malattie renali con insufficienza renale cronica?



La risposta è si, partendo dal presupposto che la fisiopatologia dell’IRC è pur sempre la stessa. Inoltre, molti sintomi caratteristici dell’IRC possono essere attenuati e corretti. Questo può consentire, in pazienti fortemente motivati, di ritardare senza rischi l’inizio della terapia sostitutiva, a prescindere dall’effetto protettivo sul declino della funzione renale . Il problema della dieta è spesso la ridotta compliance, visto che i cibi ipoproteici non sono sempre ben tollerati Oggi fortunatamente i prodotti sono molto vari e piu' palatabili.

Cosa avviene quando si riduce la funzione renale? :
Insufficienza renale cronica = Riduzione del filtrato glomerulare
Riduzione funzione metabolica ed endocrina del rene = Ridotta capacita’ di eliminare un carico di:
1. AZOTO = Iperazotemia
2. FOSFORO = Iperparatiroidismo Secondario
3. NaCL = Ipertensione Art. Edemi
4. IDROGENIONI= = Acidosi Metabolica
5. ACQUA = Iper -ipoosmolarità

Le diete ipoproteiche - ipofosforiche limitano la produzione giornaliera di cataboliti azotati derivanti da un apporto incontrollato di proteine. L’urea è il prodotto finale più noto. Questi
cataboliti si accumulano nel sangue perché il rene non è più in grado di eliminarli. La nausea, il vomito, l’alito urinoso, la gastrite e l’esofagite, con conseguente perdita di appetito, sono dovuti all’accumulo di urea, e possono causare malnutrizione. Questi sintomi scompaiono quando l’urea pasmatica si riduce a valori di poco superiori alla norma, come avviene nei pazienti che hanno una buona “compliance” alla dieta prescritta.
Altra caratteristica importante della dieta da noi attuata da anni, e ancor oggi valida, è la riduzione dell’apporto alimentare di fosforo, largamente presente in molti alimenti, in particolare nei latticini e nel tuorlo d’uovo (l’albume, al contrario, ne contiene quantità insignificanti). La dieta ipoproteica-ipofosforica previene l'accumulo di fosforo nell'organismo e le sue conseguenze, in particolare l’aumento della produzione di paratormone (PTH). L’iperparatiroidismo secondario, se non prevenuto o corretto, può provocare le alterazioni ossee tipiche dell'insufficienza renale (osteodistrofia uremica). Inoltre, l’aumento del fosforo circolante contribuisce alla formazione delle «calcificazioni metastatiche» riscontrabili in molti tessuti. Quando il fosforo è elevato nel sangue, infatti, tende a precipitare come fosfato di calcio nei tessuti (vasi arteriosi, tessuti periarticolari, rene, ecc.). Tutto questo può essere prevenuto se l’apporto alimentare di fosforo viene rigidamente controllato .
Anche l’apporto controllato di cloruro di sodio è utile per ottenere una migliore risposta ai farmaci dell’ipertensione arteriosa, riducendo il rischio di ritenzione idro-salina.
Riducendo l’apporto proteico si riduce l’assunzione di aminoacidi solforati, e quindi di idrogenioni. La dieta ipoproteica può evitare l’acidosi metabolica, la quale provoca un aumentato catabolismo proteico, in particolare a livello muscolare. La dieta vegetariana con proteine complementari è in grado, da sola, di impedire l’acidosi metabolica . Giova ricordare che l’acidosi metabolica è una delle principali cause di malnutrizione proteica, essendo una delle principali cause della negatività del bilancio azotato .
Infine, l’apporto idrico. Molti pazienti con IRC vengono spesso invitati a seguire una terapia idropinica per aumentare la diuresi. Un apporto eccessivo di liquidi può indurre ipoosmolarità, anche perché spesso l’apporto di sodio è ridotto. Raccomandiamo, pertanto, ai pazienti in terapia dietetica, in particolare negli stadi IV° e V° , di introdurre acqua o altri liquidi nelle quantità strettamente necessarie a soddisfare il senso di sete.
Il concetto di "dieta" nell’insufficienza renale cronica non deve essere inteso come riduzione della quantità di cibo da introdurre, bensì come riduzione (o totale eliminazione) di alcuni tipi di alimenti. Infatti, si deve raccomandare al paziente di introdurre in abbondanza i cibi consentiti allo scopo di garantire un apporto calorico superiore a quello di una dieta normale. Il “segreto” della dieta ipoproteica, e gli effetti benefici che ne derivano, è tutto nell’assunzione dei prodotti “aproteici” (pasta, pane, ecc.) che devono garantire un apporto energetico molto elevato e mai inferiore a 28-30 Kcal/kg/die. E’ frequentissima l’osservazione clinica di pazienti che seguono diete ipoproteiche, ma ipocaloriche, e che vanno incontro a cali ponderali anche di parecchi Kg .
Prokofiev

mercoledì 5 marzo 2008

Aiutate Francesco




Di solito non faccio mai appelli nei miei post. Stavolta pero' faro' un'eccezione, perchè é una notizia che mi ha colpito molto per piu' di un motivo ... ed ha colpito una persona a me molto cara .

"Francesco, a causa di sofferenza fetale dovuta a deglutizione di liquido amniotico, non ritenuta importante dall’ostetrica, nasce in arresto cardio-respitario il 16/12/2005. Dopo una prima rianimazione non eseguita in modo ottimale, il bimbo viene trasferito con urgenza al reparto di terapia intensiva neonatale del policlinico di Verona. Ci è stato segnalato da subito che la situazione era molto critica e che le probabilità che il piccolo superasse la notte erano molto scarse. Quella notte invece è stata superata, così come quelle che seguirono. Il bimbo aveva cateteri, sondini e tubi ovunque e respirava con l’aiuto di una macchina. I medici continuavano a ripeterci che la situazione era critica e che se fosse sopravissuto, le conseguenze della grave emorragia cerebrale subita in seguito all’anossia sarebbero state importanti.Dopo 23 giorni lo abbiamo preso in braccio per la prima volta: respirava quasi da solo e si alimentava tramite sondino naso-gastrico. Con difficoltà non trascurabile gli abbiamo insegnato a succhiare dal biberon e il 2 febbraio lo abbiamo portato a casa.A quattro mesi abbiamo dovuto passare allo svezzamento con pappe in quanto, oltre alle difficoltà di suzione, Francesco vomitava spesso i pasti di latte. La modifica dell’alimentazione non è stata però sufficiente. Infatti il piccolo non ha la capacità di controllare correttamente i muscoli della deglutizione e per questo, oltre al reflusso gastro-esofageo, il cibo ingerito va nei bronchi anziché nell’esofago e nello stomaco, provocando continue bronchiti dette abingestis che richiedevano frequenti ricoveri e l’utilizzo di ossigeno.Per evitare quindi importanti conseguenze respiratorie, a febbraio del 2007 gli è stato inserito un sondino gastrico (PEG) attraverso il quale viene alimentato con una pompa. Poco dopo, attorno al buco dov’è inserito il sondino si formava un granuloma, carne viva che crescendo provocava molto dolore. Dopo due interventi chirurgici per la sua eliminazione e continue toccature di nitrato d’argento per bruciare l’escrescenza, ad agosto abbiamo portato il bimbo all’ospedale Burlo Garofolo di Trieste dove il sondino gastrico è stato sostituito con bottone, risolvendo il problema.Dopo due settimane dalle dimissioni però Francesco continuava a non alimentarsi in modo sufficiente, vomitando tutti i pasti. Per questo motivo a settembre è stato ricoverato a Trieste per essere sottoposto ad un nuovo intervento chirurgico per la plastica antireflusso (NISSEN). Dopo un faticoso mese di ricovero, con cinque giorni di rianimazione e una settimana di febbre oltre i 40°C, a fine ottobre siamo finalmente tornati a casa.Grazie all’ultimo intervento Francesco è cresciuto di peso e non vomita più.La situazione rimane comunque critica. Sono ancora frequenti le infezioni respiratorie che richiedono, anche a casa, la somministrazione di ossigeno e l’aspirazione delle secrezioni tramite una macchina. Inoltre l’aspetto neurologico è ancora difficile perché sono numerose le convulsioni che debilitano il bimbo e quasi sempre lo spaventano causando il pianto.Francesco non parla, non ride, non cammina, non sorregge né capo né schiena, non sa stare seduto, non ha aggancio visivo, si muove pochissimo ed è intoccabile perché ad ogni minimo contatto piange. Dorme molto poco anche a causa delle frequenti convulsioni e richiede un’attenzione continua sia per l’aspetto respiratorio, sia per i cambi di postura che non sa fare da solo.Nonostante il forte disagio, Francesco ci fa capire a modo suo che ha bisogno del nostro contatto. Anche se non tiene molto le manine aperte, stringe forte le nostre dita come per chiedere protezione e aiuto, e cerca costantemente la nostra presenza. Per aiutarlo usiamo molto la musica che gli tiene quasi ininterrottamente compagnia.La sua vita potrebbe migliorare molto sottoponendolo ad ossigenoterapia in camera iperbarica combinata ad una particolare fisioterapia, effettuate in Florida (USA). Questa cura è molto costosa ed è per questo che abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti. Il nostro viaggio tra spese mediche ed esistenziali richiede una cifra che si aggira intorno ai 300 mila euro annuali. Prevediamo, se riusciamo a raccogliere una cifra significativa, di partire ad ottobre per permanere in Florida per un periodo di almeno 10 mesi come sarà stabilito dal visto di soggiorno che ci rilascerà l’Ambasciata Americana. Poi, in base al giudizio dei medici americani e la disponibilità di fondi, decideremo se affrontare un nuovo viaggio oppure no (di solito il periodo di terapia previsto per bimbi con patologie come il nostro è di 3 anni).Aiutateci".

Spero che questo post, piccola cosa davvero, possa aiutare questa famiglia , che ha bisogno dell'aiuto di tutti noi.

Per avere notizie, potete andare sul sito superfrancesco .it



Prokofiev




La prevenzione è rosa


Secondo diversi studi, le donne sarebbero sempre più attente alla salute rispetto agli uomini ma le distanze si sarebbero ridotte. Le donne, infatti, avrebbero raggiunto la parità anche negli aspetti più degeneri: stress, voglia di far carriera e vizi come fumo e alcol.

I numeri, però, sono ancora a favore del sesso femminile.

Basti pensare che le donne attente alla prevenzione sono il 37%, mentre solo il 28% degli uomini sembra fare lo stesso. Per quanto riguarda gli stili di vita, solo il 25% degli uomini controlla il proprio peso, contro il 41% delle donne. Tuttavia vi sono segnali incoraggianti che mostrano come i maschi tra i 30 e i 40 anni stiano accorciando le distanze con l’universo femminile mutuandone l’attenzione alla salute e alla prevenzione. In questa fascia d’età il 44% di uomini adotta comportamenti utili a mantenere o potenziare il proprio benessere, una percentuale quasi uguale al 46% delle donne.
Una ricerca pubblicata sull’American Journal of Preventive Medicine. ha confermato che i due sessi hanno approcci completamente differenti quando si tratta di salute.
Un dato è da mettere in evidenza innanzitutto. Nonostante i grandi progressi tecnologici l’aspettativa di vita degli uomini continua a essere in media sette anni inferiore a quella delle donne. E la ragione starebbe proprio nella maggior attenzione che le donne ripongono nella cura della propria salute. Le donne del resto acquisiscono l’abitudine di consultare il medico sin da giovani e conoscono in genere quanto è importante effettuare periodicamente Pap test e mammografia, e sanno anche come effettuare l’autoesame del seno. Gli uomini, invece, nella maggior parte dei casi non pensano alla prevenzione del tumore della prostata. I ricercatori hanno preso in esame 97000 pazienti che hanno risposto a domande sulle loro abitudini rispetto alla salute. I risultati hanno evidenziato, per esempio, che è meno probabile che le donne assumano un’aspirina al giorno come misura preventiva degli accidenti cardiovascolari, anche le donne a rischio di malattie cardiache più difficilmente assumono il farmaco con regolarità. Infatti si comporta così solo il 45% delle donne ad alto rischio cardiovascolare contro il 60% degli uomini. Quanto al controllo del colesterolo e della pressione i dati per uomini e donne sono comparabili. Per ristabilire, però, la maggior attenzione femminile per le raccomandazioni mediche in materia di dieta ed esercizio. Lo studio – concludono i ricercatori – evidenzia tra le altre cose, quanto sia difficile cambiare il comportamento delle persone, anche per i soggetti ad alto rischio. Esistono meccanismi ormai radicati per cui anche chi presenta forti fattori di rischio, che sa che dieta ed esercizio potrebbero contribuire a migliorare le aspettative di vita, non è poi pronto a fare gli opportuni cambiamenti. Modificare la propria vita è difficile e il sesso, qui, non conta.


Prokofiev

Omega 3 (olio di pesce) e prevenzione delle malattie cardiovascolari




L'interesse nei confronti dell'olio di pesce è nato principalmente da osservazioni di carattere epidemiologico: la bassa mortalità per malattie cardiovascolari riscontrata fra gli Eskimesi e i Giapponesi è stata messa in relazione alla loro alimentazione, comparabile in termini di consumo di grassi a quella degli europei o dei nordamericani, ma particolarmente ricca di acidi grassi poliinsaturi omega-3 di cui sono ricchi i pesci che vivono nelle coste del Giappone e della Groenlandia. Gli effetti principali sono soprattutto legati alla protezione del cuore e del sistema circolatorio, . Negli anni 70 furono infatti studiati gli "Inuits" , una popolazione eschimese che si cibava prevalentemente di pesce proveniente dalle coste della Groenlandia e del Giappone, e già allora emerse molto chiaramente un'incidenza particolarmente bassa di malattia dell'apparato cardiovascolare, correlata a quel tipo di alimentazione "marittima".
Da questa osservazione, a partire dagli anni '70, si sono via via moltiplicati gli studi clinici volti a stabilire il ruolo di questi alimenti nella prevenzione di alcune patologie, soprattutto quelle a carico dell'apparato cardiocircolatorio.

Le carni di alcuni pesci sono particolarmente ricche di due sostanze, l'EPA (acido eicosapentaenoico) e il DHA (acido docosaesaenoico) particolari acidi grassi (detti omega-3) che sono responsabili di una serie di reazioni biologiche e fisiologiche che spiegano, in parte, l'importanza di questo alimento nella prevenzione delle malattie cardiovascolari.
L'EPA e il DHA, seppure in quantità modesta, si formano normalmente nell'organismo a partire dall'acido linolenico. Gli acidi linolenico e linoleico, sono acidi grassi essenziali, cioè il nostro organismo non è in grado di sintetizzarli, ma devono essere introdotti con la dieta. L'acido linolenico, è contenuto in alimenti come i legumi, le noci, l'olio di soia, ecc. Una volta assunto viene trasformato nell'organismo in EPA e DHA. Il contenuto esatto di un olio di pesce varia in funzione della sua origine, che può essere il solo fegato o tutto il pesce. 10 ml di un olio ricavato dal fegato di merluzzo, ippoglosso o squalo, di solito contiene circa 2 g di acidi grassi omega 3.
Gli acidi grassi omega-3 sono in grado di modificare la tendenza delle piastrine ad aggregare; ciò si traduce in una riduzione del rischio di formazione di trombi. In base agli studi effettuati in vitro e in vivo, le azioni biologiche degli acidi grassi omega-3 vanno tuttavia ben oltre l'effetto antiaggregante; intervengono infatti in molteplici meccanismi, responsabili del processo di aterosclerosi, della diminuzione della pressione arteriosa, dell'effetto antiaritmico, ipocolesterolemizzante e ipotrigliceridemizzante.

L 'importanza sotto il profilo biologico e fisiologico di un adeguato apporto nell'uomo di acidi grassi omega-3 non ha ormai bisogno di ulteriori conferme. Basti ricordare che sono essenziali per la formazione di nuovi tessuti in quanto costituiscono un importante componente per la formazione delle membrane, che sono fondamentali per lo sviluppo della retina e del sistema nervoso centrale nel periodo fetale, da cui l'importanza, per la futura mamma, di una alimentazione corretta e completa che comprenda anche questi acidi grassi.
L'interesse su queste sostanze si è espanso per accertare quale sia il loro possibile ruolo nel prevenire l'aterosclerosi, riducendo così la morbilità/mortalità per patologie cardiovascolari. L'azione farmacologica più studiata inizialmente è stata la capacità di ridurre i trigliceridi. Altre ricerche hanno evidenziato un vasto ambito di proprietà, tutte potenzialmente utili nella prevenzione cardiovascolare, quali l'effetto antitrombotico, antiaterosclerotico e antinfiammatorio.
Necessita invece ulteriori conferme l'attività degli omega-3 nei confronti di malattie infiammatorie croniche come la colite ulcerosa, il morbo di Crohn, la psoriasi, l'artrite reumatoide.
La prevenzione delle malattie cardiovascolari deve essere innanzitutto incentrata su una dieta equilibrata, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, e sull'eliminazione dei fattori di rischio (fumo, obesità, vita sedentaria, ecc.).
Gli acidi grassi omega-3 sono contenuti principalmente nel pesce grasso (salmone, tonno e pesce azzurro, come sgombri, sardine, aringhe). In genere una dieta varia ed equilibrata, che comprenda 2 o 3 pasti alla settimana a base di pesce, riesce a soddisfare appieno le esigenze dell'organismo. In alcuni casi, tuttavia, qualora la dieta e l'eliminazione dei fattori di rischio falliscano, si può ricorrere agli integratori dietetici di omega-3. In questi preparati la quantità di omega-3 varia da un prodotto all'altro: le confezioni riportano tuttavia il contenuto di acidi grassi per ogni capsula e il numero di capsule da assumere al giorno.
Gli omega 3 sono contenuti anche in specialità medicinali di prescrizione (es. Seacor, Esapent) la dose giornaliera consigliata varia da 0,9 a 2,5 g di omega-3 (1-3 capsule) al giorno. Un aspetto rilevante, che spesso viene dimenticato, è che questa integrazione serve ben a poco in una dieta che mantiene inalterato il contenuto totale di grassi e, soprattutto, di grassi saturi (grassi di origine animale).
L'effetto indesiderato più temibile attribuito all'olio di pesce è la maggiore probabilità di sanguinamenti (a causa dall'attività antiaggregante sulle piastrine). Anche se gli studi sono stati molto rassicuranti, chi è in trattamento con anticoagulanti o aspirina e le persone emofiliche devono porre particolare attenzione. Un'elevata quantità di omega-3 può aggravare l'asma in chi è allergico all'aspirina e aumentare la glicemia nelle persone con diabete non insulino dipendente. Effetti indesiderati di minore importanza sono la comparsa di nausea, di eruttazioni e la formazione di radicali liberi come conseguenza di fenomeni di perossidazione: è bene ricordare, a questo proposito, che gli integratori dietetici a base di olio di pesce contengono anche sostanze ad azione antiossidante in grado di ridurre questo rischio. Infine, grazie alle nuove tecnologie di produzione, che permettono di escludere possibili inquinamenti, è attualmente ridotto al minimo il rischio di inquinamento da mercurio del pesce.
Gli oli di pesce e gli estratti di alcuni oli contengono, oltre ad elevate quantità di EPA e DHA, anche vitamine liposolubili, come la A e la D: ciò deve essere tenuto in considerazione soprattutto quando l'olio di pesce viene assunto sottoforma di integratore dietetico contemporaneamente ad altri integratori vitaminici, oppure in alcune condizioni, come durante la gravidanza.
L'assunzione di elevati quantitativi di Vitamina A durante le prime fasi della gravidanza può portare a difetti neonatali; gli integratori a base di oli di pesce andrebbero perciò assunti con cautela durante il primo trimestre di gravidanza, quando si verificano le tappe fondamentali della differenziazione e dello sviluppo dei vari organi (organogenesi).


Prokofiev

martedì 4 marzo 2008

Qualche aneddoto della mia attività quotidiana, per sdrammatizzare un po' 13°


"Oggi la glicemia è straripata"


Lei fa le visite intramurali?” (Intramoenia)


Fa l’urinocoltura perché ha infezioni urinarie ricorrenti?” “No, soffro di cistite


Trovavo sempre il tasso alto” .


Come digerisce?” : “Certo non mi devo affollare” .


Dovrei fare l’Holter Pussorio” ( pressorio)


Devo ritirare l’esame spirale” ( agoaspirato)


So’ tutto indolito


"C’ho la cistite in testa


Ogni mattina che passavo in visita una vecchietta mi diceva sempre : “Dotto’…me fa male la testa” .. . Una volta escluse cause organiche , provai tutti gli antidolorifici senza esito . All’ennesima lamentela le feci fare una fiala di vitamine , di colore rosso , dicendo che era una medicina miracolosa . La mattina dopo , miracolosamente davvero…la vecchietta disse che il dolore era sparito



Spero di avervi strappato qualche sorriso come sempre



Prokofiev

lunedì 3 marzo 2008

Italiani sempre piu' pigri


Dai dati provenienti dalla “Relazione sullo stato sanitario del Paese 2001-2002” riguardanti l’attività fisica emerge un preoccupante andamento: aumenta il numero dei sedentari e tale fenomeno assume particolare rilievo nelle fasce di età giovanile.
E ‘ stata documentata una spiccata riduzione dei numero di ragazzi praticanti un’attività sportiva e tra i giovani di 18-19 anni, la quota di persone completamente inattive, pari a 18,1% nel 1997, ha raggiunto il 24,3% nel 2001.
Anche nella fascia di età tra i 6 e i 10 anni aumentano i comportamenti sedentari, più di un bambino su 5, pari al 21,6%, non svolge alcuna attività fisica nel tempo libero, nel 1997 la percentuale era del 17,1%.Con l’aumentare dell’età e del grado di scolarità diminuisce la percentuale di sportivi abituali a tal punto che solo il 29% tra i 35 e i 44 anni si muove regolarmente.

Una recente inchiesta nord europea ha prodotto nel 2001 dei dati molto interessanti, confermati da una analoga indagine svolta sul territorio nazionale da parte dell'Istituto Nazionale della Nutrizione, che dimostra come dal 1961 al 1996 la assunzione calorica alimentare giornaliera del singolo individuo si sia in media significativamente ridotta, passando da 2600 Cal/die pro capite (1961) a 2300 Cal/die (1996), mentre, nello stesso periodo, l'obesità e il sovrappeso sono nettamente aumentati; ciò sottolinea senza dubbio l'importanza della ridotta attività fisica nella genesi dell'accumulo di adipe nel singolo individuo. L'automazione ha ridotto sensibilmente le opportunità di movimento spontaneo.
È stato stimato che si percorrono circa 16 Km in meno ogni anno usando la telefonia cellulare; l'uso del telecomando della televisione comporta circa 1800 movimenti in meno all'anno, così come l'apertura elettrica del cancello di un garage ci evita di entrare e uscire dalla nostra auto dalle 700 alle 1400 volte all'anno. Purtroppo la riduzione del movimento spontaneo si sta profondamente radicando nelle abitudini quotidiane familiari ed è stato possibile verificare come lo stile di vita sedentario dei genitori sia in grado di ripercuotersi negativamente sui figli; l'obesità infantile, infatti, è favorita anche dalla pratica di giochi sedentari o dal trascorrere il tempo libero dagli impegni scolastici, guardando la televisione o usando videogiochi e computer; è accertato, che esiste un rapporto diretto tra ore di esposizione alla televisione e comparsa dell'obesità nelle fasce di età giovanile; in tal senso si è potuto verificare che tra le nuove generazioni sono quasi dei tutto sconosciuti i giochi tradizionali, basati sul movimento, che in passato impegnavano gran parte dei tempo libero dei ragazzi e delle ragazze.

Il movimento è, appunto, un'altra funzione dell'essere umano che negli ultimi decenni è andata sempre più riducendosi a vantaggio della sedentarietà; l'adozione di uno stile di vita sedentario, al pari delle errate abitudini alimentari, del fumo e dello stress, costituisce uno di quei fattori ambientali più indiziati che sono in grado di favorire e produrre le malattie del metabolismo. Il progresso tecnologico sembra avere come obiettivo principale quello di farci vivere stando seduti o limitando al minimo indispensabile l'attività fisica: pensiamo che dagli ascensori e all'automobile si è arrivati allo spazzolino da denti o alla grattugia elettrici, passando attraverso telecomandi, scale mobili, apri cancelli elettrici, computer, telefoni di tutti i tipi, citofoni, elettrodomestici etc.

Purtroppo la pratica sportiva organizzata, nelle sue varie forme (ludico-ricreativa, amatoriale, salutistica, riabilitativa) riesce a compensare solo in parte gli effetti negativi della sedentarietà, in quanto a dette attività può dedicarsi solo una parte esigua della popolazione e per di più per poche ore alla settimana magari nei giorni di sabato e domenica.

Prokofiev

domenica 2 marzo 2008

Patologie della tiroide e Chernobyl: luci ed ombre


Nell’aprile del 1986 l’incidente provocò il rilascio di una notevole quantità di materiale radioattivo sulle regioni orientali che allora facevano parte dell’Unione sovietica. Radioisotopi dello iodio, del cesio, dello stronzio e del plutonio contaminarono il territorio e l’aria in particolare nella Bielorussia e nell’Ucraina. Quantità più ridotte di radiazioni sono state registrate in tutta Europa, e hanno addirittura raggiunto il Mediterraneo e l'Asia. Conseguentemente al disastro nucleare di Chernobyl del 1986 si è riscontrato anche un drammatico aumento dell'incidenza di carcinoma papillare pediatrico nelle zone piu’ esposte . Fonti dell’OMS indicano circa 4000 casi di cancro tiroideo, principalmente in bambini e adolescenti all’epoca dell’incidente, direttamente riconducibili all’accaduto. Tuttavia, in base in base ai dati registrati in Bielorussia, è possibile affermare che il tasso di sopravvivenza tra coloro che sono stati colpiti da cancro alla tiroide è di quasi il 99%.

Con un’esposizione a una dose così alta di radiazioni era molto probabile che ci sarebbe stato un incremento del numero di casi di tumore della tiroide in particolare nei bambini. Ma non sono stati fatti studi sufficientemente lunghi e ampi per documentare il reale impatto di questa patologia. Un recente studio americano, pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, ha quantificato il drammatico incremento dei casi di tumore tiroideo verificatosi in Bielorussia.
I dati sono stati raccolti dal registro dei tumori attivo dal 1953 ed è stata fatta una distinzione tra zone, e quindi, popolazioni di malati, a elevata esposizione e a bassa esposizione.
Il tasso di tumori è stato verificato anche nelle varie fasce di età: nei soggetti che avevano meno di due anni che al momento dell’incidente vivevano nelle aree contaminate, tendevano a sviluppare forme tumorali che invadevano altre aree oltre alla ghiandola tiroidea.Lo studio ha confermato che la categoria più a rischio è rappresentata dalle donne, che nelle aree che erano state più esposte alle radiazioni, avevano una probabilità 12 volte maggiore di sviluppare la patologia, il rischio “scendeva” a 8 nelle zone meno esposte. Nelle ragazze con meno di 14 anni nelle zone più a rischio del paese il tasso di tumore aumentava fino a 30 volte.Il dibattito su cosa ha provocato questo incremento di casi è ancora aperto, esistono opinioni per esempio che accusano diagnosi errate o comunque errori di valutazione metodologici.Tuttavia il continuo aumento dell’incidenza registrato durante gli anni ’90 depone a favore di un effetto deleterio attribuibile all’esposizione allo iodio radioattivo rilasciato dal reattore. Inoltre, in una delle ipotesi proposte si è considerato che la popolazione infantile al momento dell’incidente fosse deficitaria di iodio, in quanto il sale usato nell’alimentazione non era iodato. Il rilascio di radioisotopi di iodio ha quindi rappresentato la fonte di un elemento necessario al funzionamento della ghiandola tiroidea, ma contemporaneamente anche di contaminazione.La combinazione di questi fenomeni, uno naturale (il deficit di iodio) e uno indotto dall’uomo spiega l’incremento dei casi di tumore nella regione.

In Italia uno Studio condotto da ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano sui bambini italiani che 19 anni fa furono esposti alle radiazioni ionizzanti (iodio radioattivo, stronzio radioattivo ed altri isotopi) liberate dall’esplosione nucleare , avrebbe pero’ escluso un’aumentata incidenza di neoplasia della tiroide . E’ stata valutata la neoplasia tiroidea perché è l’unica sicuramente correlata agli effetti della radioattività. Sono stati visitati 4.318 bambini che frequentavano la quarta e la quinta elementare, trovando 37 noduli tiroidei (20 nei ragazzi e 17 nelle bambine) tutti benigni, 7 dei quali peraltro già noti e seguiti da specialisti.
Lo studio cita : “Nel campione esaminato di circa 4.000 bambini abbiamo riscontrato un rischio modesto e nessun aumento di patologia rispetto ai loro coetanei non esposti. Questo ci tranquillizza anche sul basso rischio di cancerizzazione legato all’uso di radiazioni ionizzanti a scopo diagnostico, come ad esempio la scintigrafia tiroidea. Uno studio su quasi 40.000 pazienti adulti eseguito in Svezia due anni fa già aveva dato risultati del tutto rassicuranti. La nostra ricerca conferma questi dati e dimostra che neppure i bambini, che sono potenzialmente più recettivi ai danni delle radiazioni perché meno protetti a livello della tiroide, hanno un rischio aumentato se esposti a basse dosi».

Dunque alcune certezze, ma ancora luci ed ombre.

Prokofiev


Qualche aneddoto della mia attività quotidiana, per sdrammatizzare un po' 12°




"Prende molti caffè?" : “No, non sono una caffettiera



Non sono aumentata di peso, mi sono allargata



“ A cosa e’ allergica?” : “Alla paritaria” (Parietaria)



CONGIUNTIVITE : “O spurgo che fa l’occhio me l’appicica



Ho avuto un battipalpito



Queste ghiandole portano il vesso alto



Ho i larzi che mi affogano le gambe” (Crampi)



Assumo zilurìc ” (Zyloric)




Spero di avervi strappato qualche sorriso come sempre



Prokofiev

Ipertensione arteriosa e traffico: un'associazione ormai dimostrata


Una prolungata esposizione al traffico stradale potrebbe aumentare il rischio di ipertensione. Un importante fattore di rischio per l’ipertensione sembra essere il rumore, e il traffico è la fonte principale di rumore nelle comunità urbane. Con questo ragionamento come presupposto iniziale un team di ricercatori svedesi ha cercato, trovandola, una correlazione tra esposizione al traffico e ipertensione.
Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Occupational and Environmental Medicine, è stato condotto da Leon Bluhm dell’Istituto di Medicina Ambientale presso il Karolinka Institutet di Stoccolma. Per realizzare l’indagine sono stati selezionati casualmente 1000 cittadini di Stoccolma tra i 19 e gli 80 anni di età residenti entro 100 metri da una strada ad alto scorrimento, ai quali è stato inviato per posta un questionario riguardante alcune informazioni individuali compresa un’eventuale diagnosi di ipertensione.
Ha risposto circa il 77% del campione selezionato, per un totale di 667 individui. Nel trarre le loro conclusioni i ricercatori hanno tenuto conto di fattori quali età, fumo, stato occupazione e tipo di abitazione. I risultati hanno mostrato una modesta associazione tra esposizione e incidenza di ipertensione, maggiore tra le donne che non tra gli uomini.
Questa correlazione era più marcata in quei casi in cui il rumore del traffico era maggiormente percepibile, ad esempio nel caso di assenza di doppi vetri alle finestre, pareti troppo sottili, minore distanza dalla fonte di rumore e finestre della camera da letto direttamente affacciate sulla strada. La relazione osservata dipende probabilmente dallo stress che un rumore continuato nel tempo può provocare. Lo stress, infatti, è uno dei fattori di rischio legati all’ipertensione, fortunatamente uno dei quali su cui è possibile agire.


Anche l'inquinamento acustico durante il sonno (compreso il partner che russa ) possono infatti alzare la pressione del sangue, anche se si continua a dormire, ignari dei rumori. Lo indica uno studio pubblicato sull'European Heart Journal, condotto da Lars Jarup dell'Imperial College di Londra con la partecipazione italiana d Federica Vigna-Taglianti dell'Agenzia Regionale per la Protezione dell'Ambiente (ARPA) del Piemonte, Matteo Giampaolo dell'ARPA lombarda e Alessandro Borgini dell'Istituto Nazionale Tumori di Milano. I rumori che cominciano ad essere molesti per la pressione del sangue sono quelli di 35 decibel o oltre, cui corrisponde il rumore di un aereo che passa sopra il palazzo, ma anche il traffico su strada o il partner che russa accanto a voi. Indipendentemente dalla fonte del rumore, sono i decibel che contano, per ogni aumento di 5 decibel si registra infatti un aumento di 0,66 millimetri di mercurio (mmHg) per la pressione sistolica (la massima).
Questo studio, che segue un precedente lavoro degli stessi autori in cui si dimostrava che chi abita nelle vicinanze di un aeroporto è più a rischio ipertensione, ha coinvolto migliaia di individui abitanti in zone limitrofe ad importanti aeroporti europei tra cui lo scalo di Malpensa. Gli esperti ne hanno misurato durante il sonno a intervalli di 15 minuti la pressione ed incrociato questi dati con quelli del rumore nelle loro stanze da letto, rumore da traffico su strada o aereo ed altre fonti di fastidio acustico. È emersa una stretta correlazione tra inquinamento acustico e innalzamento di pressione del sangue. Pur non svegliandosi, i volontari mostravano sempre aumenti di pressione in concomitanza di rumori notturni che «penetravano» le mura delle stanze. Anche mentre dormiamo senza accorgerci dei rumori esterni, il traffico aereo causa in media un aumento di 6,2 mmHg sul valore di massima e di 7,4 mmHg sulla minima; lo stesso fanno rumori di pari intensità ma di altra matura, come quelli da traffico su strada. Questo studio dimostra una volta di più l'invasività dell'inquinamento acustico; i ricercatori ora stanno studiando l'effetto combinato di inquinamento acustico e atmosferico.
Anche lo stress legato al traffico ha un suo ruolo, visto che la stimolazione del sistema nervoso simpatico, e la liberazione delle catecolamine aumenta la pressione arteriosa. In tal senso i Romani ed i Milanesi sono particolarmente a rischio.

Prokofiev

sabato 1 marzo 2008

Bambini e fumo passivo: un problema spesso minimizzato



Si stima che ogni anno in Italia, l’esposizione post natale al fumo passivo di tabacco causa il 17% dei casi totali di SIDS, il 21% delle infezioni respiratorie acute nei primi due anni di vita e il 9% dei casi d'asma. Inoltre è dimostrata l'associazione fra fumo passivo del bambino e patologie tumorali. Nel nostro Paese, tuttavia, non esistono dati sicuri di prevalenza dell’esposizione al fumo passivo. Lo Studio Icona, un'indagine nazionale svolta nel 2002 sulle vaccinazioni e su altri argomenti di salute nei bambini nella fascia d'età tra 12 e 23 mesi, ha dimostrato che risultano abitualmente esposti il 52% dei bambini al secondo anno di vita. Fuma il 22% delle madri (IC 95%: 20%-23%) ed il 38% dei padri (IC 95%: 36%-39%). Il 18% dei bambini (IC 95%: 16%-19%) è abitualmente esposto a fumo di tabacco di terzi. Il 60% dei bambini è esposto a una sola fonte di fumo, il 33% a due, l’8% a tre o più fonti. Il 38% (IC 95%: 35%-41%) degli esposti ha almeno un genitore che fuma in casa. L'analisi per area geografica evidenzia un aumento della percentuale dei bambini esposti dal Nord al Sud, statisticamente significativo. La gravità dell'esposizione risulta inoltre associata ad una scolarità dei genitori inferiore a 9 anni (RP= 1,3; IC 95%: 1,2-1,4), e alla condizione non lavoratrice delle madri (RP=1,2; IC 95%: 1,1-1,3). Una scolarità bassa dei genitori è anche associata con la gravità dell'esposizione.


Un'altra ricerca svolta da un team di ricercatori dell'Università svedese di Linköping, attesta in via definitiva la presenza di nicotina del corpo di bambini con genitori fumatori, anche se questi ultimi fumano fuori dalle mura domestiche. Fumare fuori casa rappresenta sempre un buon stratagemma per proteggere i propri figli. Tuttavia, non conferisce loro una protezione totale dal fumo passivo. Questa conclusione è stata suggellata dai risultati di un esame fatto su un campione di genitori di 366 bambini con un'età di 2-3 anni. Dopo aver esaminato l'urina di tutti i fanciulli, è emerso che ben 216 bambini presentavano evidenti tracce di nicotina; una quantità doppia rispetto ai figli di genitori non fumatori.


Questi dati dimostrano che l'esposizione al fumo passivo è altamente dannosa per i bambini. Dati che dovrebbero far riflettere i genitori fumatori.


Prokofiev

Il trapianto renale da vivente 2° : alcune notizie



Il trapianto da vivente può essere fatto prima della dialisi?
Un ulteriore importante vantaggio del trapianto da vivente riguarda la possibilità per il ricevente di evitare completamente la dialisi. Questo tipo di trapianto viene chiamato “preemptive”. Vi sono oggi chiare dimostrazioni che i risultati del trapianto, soprattutto nel lungo termine, sono tanto migliori quanto più breve è il periodo di tempo trascorso in dialisi. Se il confronto avviene tra trapianti preemptive e trapianti eseguiti in pazienti che hanno ricevuto anche una sola dialisi, la differenza di risultati nel lungo termine è netta, e diventa eclatante per pazienti che sono stati sottoposti per anni a terapia dialitica. Tuttavia, una politica di trapianto preemptive è difficilmente realizzabile col trapianto da cadavere. Infatti, l’utilità clinica di ottenere una più lunga sopravvivenza offrendo il trapianto a pazienti vicini alla dialisi contrasta con l’esigenza etica di non penalizzare ulteriormente i pazienti già in lista d’attesa da anni, sottraendo loro i reni disponibili per assegnarli a pazienti non ancora in dialisi. Ma non c’è motivo per cui il trapianto preemptive non possa (debba) essere realizzato qualora vi sia un donatore vivente disponibile. In questo caso si avvantaggia considerevolmente il ricevente senza provocare alcun danno agli altri pazienti in lista d’attesa. Purtroppo non solo molte famiglie di pazienti, ma anche molti nefrologi hanno informazioni scarse o quasi nulle su queste possibilità. Il risultato è che alcuni pazienti ricevono il rene da un loro parente dopo inutili anni di dialisi, magari dopo essersi infettati con i virus dell’epatite o aver subìto ripetuti interventi chirurgici per chiusura della fistola arterovenosa o per infezioni nel punto di emergenza cutanea del catetere peritoneale. Non è il caso di anticipare esageratamente un trapianto preemptive in un paziente con insufficienza renale. Bisogna però considerare che le investigazioni cliniche e le pratiche burocratiche possono richiedere anche mesi prima di essere completate. E’ quindi opportuno iniziare gli accertamenti quando la filtrazione glomerulare scende attorno o sotto i 20 ml/min (grosso modo una creatinina plasmatica attorno a 5 mg/dl per un adulto maschio o 4 mg/dl per una donna), anche se il trapianto dovrebbe essere effettuato quando la clearance della creatinina scende sotto i 10 ml/min (con creatinina plasmatica attorno a 8-9 mg/dl ) oppure in caso di sintomi uremici o cardiovascolari anche iniziali.


Qual’è la normativa legale sul trapianto da vivente?
Il trapianto da donatore vivente è regolato dalla Legge n. 458 del 26 giugno 1967, con successive modifiche. L’ articolo 1 recita: “ In deroga al divieto di cui all'art.5 del Codice Civile, é ammesso disporre a titolo gratuito del rene al fine del trapianto tra persone viventi. La deroga é consentita ai genitori, ai figli, ai fratelli germani o non germani del paziente che siano maggiorenni, purché siano rispettate le modalità previste dalla presente legge. Solo nel caso che il paziente non abbia i consanguinei di cui al precedente comma o nessuno di essi sia idoneo o disponibile, la deroga può essere consentita anche per altri parenti e per donatori estranei “. La Legge prevede anche che l'atto di disposizione e destinazione del rene in favore di un determinato paziente sia ricevuto dal pretore del luogo in cui risiede il donatore o ha sede l'Istituto autorizzato al trapianto. Il donatore deve avere raggiunto la maggiore età e la donazione deve essere fatta a titolo gratuito. Qualsiasi patto privato che preveda un compenso in denaro o altra utilità in favore del donatore, per indurlo all'atto di disposizione e destinazione, é nulla e di nessun effetto. Il prelievo e il trapianto del rene possono essere effettuati in Centri per i trapianti di organi, in Istituti universitari, ed in Ospedali ritenuti idonei anche per la ricerca scientifica .

Chi può essere un donatore?
Il trapianto ideale è quello tra gemelli monocoriali. In questo caso non esiste rischio di rigetto e non viene fatta alcuna terapia immunosoppressiva, che è invece necessaria in tutti gli altri casi. Con l’esclusione dei gemelli monocoriali, i risultati migliori si hanno col trapianto tra fratelli che abbiano lo stesso patrimonio di antigeni HLA. Non vi sono invece differenze sostanziali fra trapianti da donatori HLA aploidentici (cioè col 50% di antigeni HLA in comune) e quelli da donatori geneticamente estranei (ad es. trapianto fra coniugi). Fino a qualche tempo fa, veniva esclusa la possibilità di un trapianto da donatori con gruppo sanguigno AB0 incompatibile. Tuttavia, questo tipo di trapianto è stato praticato largamente già da diversi anni in Giappone, dove la religione proibisce il ricorso a donatori cadaveri, ed è stato più recentemente utilizzato anche in diverse nazioni occidentali. Vi sono due possibili metodiche per eseguire un trapianto da donatore gruppo incompatibile. La prima metodica consiste nell’eseguire uno scambio di reni fra coppie AB0 incompatibili (ad es una madre di gruppo B con figlio di gruppo A donerà il rene ad un paziente di gruppo B con familiare di gruppo A che donerà il rene al figlio della suddetta signora). A questo scambio di reni tra famiglie diverse si è fatto ricorso con successo in diversi centri nord-americani ed in almeno un caso anche in Italia. L’altra metodica, purtroppo avversata da alcuni immunogenetisti italiani, consiste nel trapiantare il rene di un donatore AB0 incompatibile ad un paziente in cui siano stati preventivamente rimossi, con plasmaferesi o colonne di immunoadsorbimento, gli anticorpi diretti contro il gruppo sanguigno estraneo. L’esperienza giapponese ha registrato risultati eccellenti anche a lungo termine. Più recentemente il trapianto da donatori gruppo incompatibile è stato eseguito con ottimi risultati anche negli Stati Uniti ed in diverse nazioni europee. L’impiego dei moderni immunosoppressori e di anticorpi monoclonali diretti contro i linfociti produttori di anticorpi circolanti consente oggi di raggiungere con questo tipo di trapianto lo stesso successo ottenuto con trapianti da vivente gruppo-compatibili. Una premessa indispensabile per la donazione riguarda l’idoneità fisica del potenziale donatore e la sua ferma volontà di donare, indipendentemente da qualsiasi tipo di pressione . Questo secondo aspetto viene vagliato in prima battuta dai clinici del centro dialisi e del centro trapianti, che possono richiedere l’aiuto dello psicologo in casi controversi. Il candidato viene quindi sottoposto ad una serie di esami clinici e di laboratorio volti ad accertare l’assenza di malattie che possano mettere a rischio il donatore o che possano essere trasmesse al ricevente. Particolare attenzione viene posta alla situazione renale, con accertamenti che valutano la normalità anatomica e funzionale dei reni e delle vie urinarie. La presenza di ipertensione arteriosa, intolleranza al glucosio, età avanzata, obesità, anomalie urinarie minori etc, non rappresenta una controindicazione assoluta, ma richiede un supplemento di investigazioni per prevenire complicazioni a lungo termine per il donatore. Una volta esperiti tutti gli accertamenti clinici necessari per documentare l’idoneità alla donazione, il soggetto verrà poi intervistato da uno psichiatra che valuterà la piena capacità di intendere e di volere del soggetto e l’assenza di ogni coercizione psicologica. Un esame che viene ripetuto prima del trapianto è il cosiddetto cross-match, che deve escludere nel ricevente la presenza di anticorpi preformati diretti contro i linfociti del donatore. In caso di cross-match positivo il trapianto non viene generalmente effettuato, essendo elevato il rischio di un rigetto iperacuto. Ovviamente tutti gli esami cui deve essere sottoposto un donatore, l’ospedalizzazione, l’intervento chirurgico ed eventuali provvedimenti terapeutici dopo nefrectomia sono a carico del sistema sanitario nazionale.

Quali sono i rischi per il donatore a breve e a lungo termine?
La nefrectomia è un atto chirurgico importante che può essere seguito da complicazioni. Vi è un rischio di mortalità peri-operatoria che si aggira tra lo 0,02 e lo 0,03%. Molti centri eseguono oggi la nefrectomia con tecnica laparoscopica che comporta una degenza brevissima in ospedale ed è indolore. Altri centri continuano ad usare una tecnica più tradizionale ma con taglio anteriore, di dimensioni molto ridotte. Le preoccupazioni maggiori di medici e pazienti riguardano le complicazioni a lungo termine. Uno studio svedese di confronto con la popolazione generale ha constatato che i donatori di rene hanno una sopravvivenza più prolungata rispetto ai coetanei dello stesso sesso. Uno studio del gruppo di Minneapolis ha confrontato lo stato clinico di 57 soggetti che avevano donato il rene con quello di 65 loro fratelli non donatori , 25 anni circa dopo la donazione. Non vi erano differenze tra i due gruppi di fratelli nella funzione renale, nei valori medi di pressione arteriosa e nella presenza o assenza di anomalie urinarie. Un altro studio ha valutato la situazione clinica dei soldati americani che 45 anni prima, durante la guerra di Corea, avevano subito una nefrectomia per ferita d’arma da fuoco. Il rischio di morte dopo 45 anni era simile a quello dei loro commilitoni non feriti. Simile anche la frequenza di ipertensione arteriosa. Questi dati sono stati confermati da numerose altre casistiche . Secondo i dati dell’United Network of Organ Sharing solo 56 su oltre 50.000 donatori di rene svilupparono insufficienza renale avanzata, soprattutto causata dall’insorgenza, indipendente dalla nefrectomia, di malattie come diabete o aterosclerosi. Numerosi studi psicologici hanno dimostrato che la qualità di vita dei donatori è superiore, o nel peggiore dei casi non inferiore, a quella della popolazione generale. Non esistono limitazioni lavorative o di attività fisica per un soggetto nefrectomizzato. Una donatrice di rene può affrontare serenamente una gravidanza. Non vi sono evidenze che una donna gravida nefrectomizzata corra maggiori pericoli di complicazioni per sé o per il feto rispetto ad una gravida normale.


Prokofiev

Il Maestro Puccini

Jurij Temirkanov